Uscire dalla propria infelicità

La felicità può diventare quasi insopportabile se non si trova il modo di consumare l’eccesso di energia che l’accompagna. Per questo – come spiega Igor Sibaldi in questa intervista – lamentarsi e restare attaccati alle situazioni che creano infelicità è una modalità così diffusa: perché è un modo per consumare la propria vitalità eccedente.

– Come uscire dalle situazioni che ci rendono infelici?

Una persona normale in genere non ha nessuna intenzione di uscire dalla propria infelicità, sarebbe un pessimo affare: non avrebbe più niente di cui parlare. Se hai il mal di schiena o qualcosa ti è andato storto, allora c’è molto di cui parlare, e gli altri stanno anche a sentirti perché, visto che ti lamenti, sono quasi rassicurati di stare meglio di te.

In realtà nessuno è convinto di esistere davvero: in una società normale e civile tutti quanti sanno di essere più o meno uno strumento, un ingranaggio di un meccanismo, allora quando ci si può fermare e dire “ahi, mi fa male qui”, “come sono infelice” o “tizio mi ha lasciato…” il nostro io acquista valore, importanza.

Spesso, dal medico non si va per farsi guarire – sarebbe un grosso dispetto se il medico lo facesse – ma per farsi curare. Si resta lì il più a lungo possibile e si è disposti anche a pagare tantissimo purché il medico ci stia a sentire mentre diciamo “io”. Ad esempio, durante le mie consultazioni (Ndr – di angelologia) capita regolarmente che una persona su dieci si lamenti perché non è privata ma pubblica, infatti di fronte agli altri non c’è spazio per certe cose… ed è esattamente quello lo scopo. Dal medico puoi dire “io… io… io…” e “occupati di me” invece il tipo di indicazione che penso sia giusto dare è “occupati di te stesso” – non “io mi devo occupare di te”. Solo che quando una persona comincia a occuparsi di sé la sua capacità di conversazione crolla improvvisamente…

Immaginiamo, ad esempio, che la nostra spesa energetica sia indicata da un contatore come quello del gas. Il contatore di una persona che si lamenta va rapidissimo, nel senso che la spesa energetica di una persona che sta spiegando quanto soffre è gigantesca, è come se scaricasse un tir, come se andasse in palestra, dopodiché è contenta… La quota di energia di cui una persona dispone quotidianamente in genere è molto alta, e nella civiltà moderna dove si mangia tre volte al giorno, ci si sposta sempre in auto ecc., si hanno ben poche occasioni per consumare questa riserva allora, dato che non si sa cosa farne, ci si scarica lamentandosi e raccontando i propri problemi. In questo modo la sera si è stanchi e si può dormire, sennò subentra l’insonnia…

Diversamente, se un individuo usa l’unico modo esistente e immediatamente valido di essere felici cioè il non notare, il non dare assolutamente peso alle cose negative che vede intorno, e bensì vedere solamente le cose che vale la pena di vedere e che piacciono – il che è difficilissimo da fare – allora comincia a stare meravigliosamente bene. Al punto che, poi, subentra la paura… perché il problema è che quando si comincia a stare bene, la propria quantità di energia aumenta a dismisura; un individuo del genere rischia di diventare uno squilibrato, perché non sa assolutamente cosa farne e qualsiasi lavoro diventa inadatto.

In questa nostra civiltà svolgiamo lavori che richiedono pochissima energia rispetto a quella di cui si dispone, e quindi tutta questa energia che avanza va impiegata in qualche modo. Anche perché questa energia inutilizzata a un certo punto si trasforma in malattia – di quelle che consumano l’eccesso di energia, come quella richiesta per mettere in moto un raffreddore, produrre tutto quel muco, l’infiammazione ecc…

Come dicevo, per uscire veramente dall’infelicità l’atteggiamento è quello di andare in giro per la città ed evitare di notare o di soffermarsi su qualunque cosa che non sia gradita, e invece imporsi di notare solamente quello che piace. Una persona può essere brutta, antipatica, grassa, cattiva, violenta… ma puoi notare che le sue scarpe sono molto belle (“hai visto che belle scarpe che ha?”) e non spendi energia in questo, poi vai a comprarle subito mentre ci avresti impiegato un pomeriggio per trovare le scarpe che ti piacevano…

– Come la mettiamo con l’eccesso di energia? Come può una persona che ha questo atteggiamento, impiegare la propria energia evitando di attaccarsi all’infelicità e alla malattia?

Per impiegare l’energia ci sono due canali essenziali: la creatività e la sessualità.

– Allora c’è qualcos’altro rispetto all’ammalarsi e al lamentarsi…

Dare spazio alla creatività porta a sperimentare situazioni diverse, così come la sessualità può diventare molto attiva, però l’energia alla base è davvero eccedente e a volte non basta essere creativi e avere una vita sessuale regolare. Occorre trovare qualcosa di veramente significativo, una via come quella di un fisico nucleare, di un santo, di un poeta… ma c’è chi ha letto solo quattro libri in vita sua, e cosa può fare costui? Non gli rimane che trovare qualcosa di cui lamentarsi… lamentarsi del vicino di casa, del capo sul lavoro, di quell’altro problema e altro ancora, di modo che possa sentirsi stanco, avere sonno e tirarsi sù con un bel caffè.

Imperfetti e Felici
Come imparare a essere se stessi e a trovare il proprio posto in mezzo agli altri

Essere se stessi, finalmente. Non preoccuparsi dell’impressione che facciamo sugli altri. Agire senza temere la sconfitta, il giudizio altrui. Non tremare più di fronte alla possibilità di un rifiuto. E trovare serenamente posto in mezzo agli altri… Mai come in questo libro, Christophe André si rivolge al lettore come a un amico, condividendo le sue esperienze di medico e di uomo.

Essere consapevoli del senso di inadeguatezza di fronte alle sfide della vita che prima o poi coglie tutti noi è il punto di partenza fondamentale dal quale sviluppare una sana autostima.

E, passo dopo passo, André spiega come liberarsi da tale senso di inadeguatezza e come costruire una sicurezza che non prenda a esempio modelli irraggiungibili, ma che sia commisurata a noi, alle nostre capacità, alle nostre qualità e ai nostri difetti.

Non per cedere alla rassegnazione, ma per migliorare la nostra vita, per accettarci come siamo: imperfetti.

E per aspirare a quel che legittimamente vorremmo essere: felici. Imperfetti e felici.

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