Le nostre imperfezioni

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Ogni giorno, un contadino portava l’acqua dalla sorgente al villaggio in due grosse anfore che legava sulla groppa dell’asino, che gli trotterellava accanto.

Una delle anfore, vecchia e piena di fessure, durante il viaggio, perdeva acqua. L’altra, nuova e perfetta, conservava tutto il contenuto senza perderne neppure una goccia.

L’anfora vecchia e screpolata si sentiva umiliata e inutile, tanto piu’ che l’anfora nuova non perdeva l’occasione di far notare la sua perfezione: “non perdo neanche una stilla d’acqua, io!”.

Un mattino la vecchia anfora si confidò con il padrone: “lo sai, sono cosciente dei miei limiti. Sprechi tempo, fatica e soldi per colpa mia. Quando arriviamo al villaggio io sono mezza vuota. Perdona la mia debolezza e le mie ferite”.

Il giorno dopo, durante il viaggio, il padrone si rivolse all’anfora screpolata e le disse: “guarda il bordo della strada”. “Ma è bellissimo! tutto pieno di fiori!” rispose l’anfora. “Hai visto? e tutto questo solo grazie a te” disse il padrone . “Sei tu che ogni giorno innaffi il bordo della strada”. Io ho comprato un pacchetto di semi di fiori e li ho seminati lungo la strada, e senza saperlo e senza volerlo, tu li innaffi ogni giorno”. La vecchia anfora non lo disse mai a nessuno, ma quel giorno si sentì  morire di gioia.

Siamo tutti pieni di ferite e screpolature, ma se lo vogliamo, possiamo fare meraviglie con le nostre imperfezioni.

….Leggo spesso questo brano, credo sia davvero molto bello e profondo e ci fa capire che ognuno di noi puo’ fare la differenza nonostante i nostri limiti e le nostre imperfezioni….

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Mi darà la Felicità?

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Ogni giorno ci troviamo ad affrontare varie situazioni che impongono una scelta e, nonostante gli sforzi, spesso non prendiamo la soluzione che sappiamo essere “buona per noi”. Questo accade in parte perchè la “scelta giusta” è sovente la più difficile e ci costringe a sacrificare in certo grado il nostro piacere.
Nel corso dei secoli uomini e donne si sono sforzati di chiarire quale ruolo il piacere dovesse svolgere nella loro vita: innumerevoli filosofi, teologi e psicologi hanno analizzato il nostro rapporto con questa sensazione. Nel terzo secolo a.C., Epicuro basò il proprio sistema etico sull’audace concetto che “il piacere sia l’inizio e la fine della vita felice“. Ma anch’egli riconobbe l’importanza del senso comune e della moderazione, e osservò come il farsi prendere in
maniera incontrollata dai piaceri sensuali producesse a volte dolore anzichè gioia. Negli ultimi anni dell’Ottocento, Sigmund Freud si dedicò all’elaborazione di una teoria del piacere e concluse che la fondamentale motivazione alla base dell’intero apparato psichico è il desiderio di alleviare la tensione causata da pulsioni istintuali inappagate; a suo avviso, insomma, noi siamo motivati dalla ricerca del piacere.
Ovviamente, nessuno di noi ha bisogno degli antichi filosofi greci, degli psicoanalisti ottocenteschi o degli scienziati odierni per capire che cosa sia il piacere. Sappiamo cos’è quando lo proviamo.
Comprendiamo cos’è quando la persona amata ci accarezza o ci sorride, quando ci concediamo il lusso di un bagno caldo in un freddo pomeriggio piovoso o quando contempliamo la bellezza di un tramonto.
Ma molti provano piacere anche nella frenesia indotta da una linea di cocaina, nell’estasi dello sballo da eroina, nello stordimento della sbornia alcolica, nella gioia di sfrenate imprese sessuali o nell’euforia di un colpo di fortuna a Las Vegas. Anche questi sono piaceri assai reali, con cui molta gente, oggi, è costretta a fare i conti.
Benchè non vi siano sistemi facili per evitare simili godimenti distruttivi, abbiamo il vantaggio di conoscere il punto di partenza: ricordarci che quel che cerchiamo nella vita è la felicità. Come osserva il Dalai Lama, questo è un dato di fatto incontrovertibile. Se affronteremo le nostre scelte di vita tenendo a mente tale concetto, faremo meno fatica a rinunciare alle cose che, pur dandoci una soddisfazione momentanea, a lungo andare ci danneggiano. Il motivo per cui è spesso così difficile dire “un semplice no” è da ricercarsi in quel monosillabo: il “no” è infatti associato all’idea di dover rifiutare a se stessi qualcosa, di dover compiere una rinuncia e privarsi di qualcosa.
Ma forse l’approccio migliore è reinquadrare qualsiasi decisione chiedendosi: “Mi darà la felicità?”.
Questa semplice domanda rappresenta un prezioso strumento, perchè può aiutarci a gestire tutti i settori della vita, non solo a decidere se dobbiamo indulgere alla droga o concederci una terza fetta di torta alla banana. Ci consente infatti di osservare le cose con un’ottica nuova. Se affronteremo le decisioni e le scelte quotidiane con quella domanda in mente, sposteremo il fulcro dell’attenzione da ciò che neghiamo a noi stessi a ciò che cerchiamo: la vera felicità, che, come dice il Dalai Lama, è stabile e durevole.

di Dalai Lama



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