Tu dipendi?

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Aver bisogno degli altri non è segno di debolezza, lo dicono anche alcuni psicologi, che sostengono l’esistenza di una dipendenza “sana” capace di rendere migliore la vita affettiva e professionale.

Una coppia di americani Robert Borstein e Mary Languirand, hanno scritto e pubblicato in America il saggio Healty Dependency: la dipendenza sana, ovvero come appoggiarsi agli altri senza perdere se stessi. La tesi sostenuta all’interno del libro è che il completo distacco, l’eccesso di indipendenza, sia negativo in tutte le relazioni, proprio come la dipendenza morbosa.

Dipendenza sana e morbosa

Come distinguere una sana dipendenza da quella morbosa? Per prima cosa soffre di dipendenza morbosa chi si appoggia agli altri per evitare di affrontare le sfide della vita; invece vive in equilibrio chi sa chiedere aiuto solo perché così guadagna la capacità e la forza di risolvere i propri problemi. Sintetizzando la dipendenza sbagliata è quella basata sulla paura, mentre l’altra si fonda sulla voglia di crescere. Ad esempio in amore, se un partner è morbosamente dipendente dall’altro perde la propria identità, quando invece due innamorati riconoscono i punti di forza l’uno dell’altro e le rispettive aree di vulnerabilità vivono in maniera sana. È importante imparare a chiedersi aiuto senza però sentirsi persi. La dipendenza sana, non solo rafforza la relazione, ma aiuta anche a migliorarsi individualmente. Anche sul lavoro, in amicizia e nella scuola, è fondamentale imparare a chiedere aiuto agli altri per imparare nuove cose.

È stato dimostrato che le persone troppo dipendenti o troppo distaccate rischiano di ammalarsi più delle altre, hanno relazioni più complicate, maggiori conflitti e rotture, quindi più stress. Il tutto alla fine compromette il sistema immunitario e nel lungo periodo aumenta il rischio di ammalarsi, di patologie cardiovascolari e tumori.

Le tre regole della dipendenza

  1. Chiedere aiuto è giusto quando è un modo per crescere e diventare più forti, non quando vogliamo evitare delle difficoltà.

  2. Bisogna avere fiducia nell’altro e non temere di parlargli di problemi che per noi sono insormontabili.

  3. Quando qualcuno ci aiuta non dobbiamo avere la sensazione di essere in colpa perché non si è riusciti a fare da soli.

Uomini e donne: chi dipende di più?

Alcuni esperimenti basati su ricerche universitarie, hanno cercato se nel fattore dipendenza gioca il fattore del genere femminile o maschile. Il risultato è stato che uomini e donne hanno la stessa probabilità di chiudersi in se stessi o di diventare troppo dipendenti. È vero che chi appare dipendente in modo morboso presenta caratteri femminili più marcati, mentre chi è molto indipendente ha caratteri più mascolini. Invece chi vive una dipendenza sana sembra un androgino, ovvero mostra un mix caratteriale di elementi maschili e femminili. Ecco, la sana dipendenza permette una crescita, una transizione oltre i ruoli tradizionali.

di Bianca Maria Fracas

Continuare ad amarsi quando la vita si complica

In questo nuovo volume della fortunata serie “Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere”, il guru delia coppia John Gray analizza quanto e in che modo lo stress dei nostri tempi logori i rapporti tra i due sessi.

Negli ultimi cinquantanni la vita è cambiata in modo vorticoso, gli uomini e le donne hanno dovuto imparare a fare i conti con nuovi ritmi e soprattutto con nuovi ruoli. Questo ha fatto sì che i livelli di stress si impennassero vertiginosamente.

Sempre più spesso accade che l’uomo, così come la donna, sia costretto a dare tutto se stesso in ambito lavorativo; quando lui torna a casa è troppo stanco per tener vivo il dialogo e preferisce isolarsi, lei invece vuole sostegno incondizionato e sente il bisogno di comunicare i suoi stati d’animo. Tutto questo contribuisce a incrementare i livelli di tensione e inevitabilmente a minare l’armonia della coppia.

In “Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere e sono tutti sotto stress” Gray parte dal principio che il dialogo è il collante fondamentale di qualsiasi rapporto affettivo, quindi ci da gli strumenti per imparare a conoscerci meglio, propone efficaci teorie per intessere relazioni serene, e tecniche per favorire il relax e la sensazione di appagamento.

Il cervello e gli ormoni maschili e femminili, spiega Gray, sono concepiti per reagire diversamente allo stress; le donne si aspettano che gii uomini si comportino come loro, gli uomini fraintendono le effettive esigenze delle partner.

Capire, quindi, come “Marte” e “Venere” affrontano lo stress ci permetterà di guardare ogni cosa da un nuovo punto di vista. In questo modo lo stare insieme — anche per le coppie apparentemente in bilico — diventerà un’occasione di conforto e sostegno, e potremo provare sulla nostra pelle che “il vero amore non implica la perfezione, anzi fiorisce sulle imperfezioni”.

Cos’è l’Enneagramma

Cos’è l’enneagramma e a che serve

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Tutti possediamo qualche lato oscuro che ci condiziona negativamente e che, in un certo senso, è una strategia di autodifesa scelta inconsciamente per ottenere sicurezza e soddisfazioni ed evitare dolori e fallimenti. Riconoscere il segreto predominio di queste pulsioni negative è il primo passo verso la libertà interiore. L’enneagramma, dottrina antichissima oggi riscoperta e apprezzata da teologi e psicologi, può rappresentare un mezzo efficace per acquisire la necessaria capacità di autocritica in vista di una più armonica crescita psicologica e spirituale.

Le radici dell’enneagramma (ennea: nove e gramma: lettera, punto), risalgono a più di 2000 anni fa. Venne sviluppato sul finire del Medioevo da alcune confraternite sufi. I sufi erano musulmani devoti rinuncianti (simili ai francescani), arrivavano a Dio con la preghiera e la meditazione.

L’enneagramma è una dottrina che descrive nove diversi caratteri. Ma oltre alla descrizione minuziosa delle varie caratteristiche umane, l’enneagramma conduce al cambiamento interiore ed esteriore. L’enneagramma è più di un’indagine psicologica per la conoscenza di sé, ci dà la possibilità di metterci a confronto con l’automatismo in cui viviamo inconsciamente, ci invita a prenderne coscienza e a dirigerci verso la libertà.

L’enneagramma definisce nove tipi di personalità a partire da nove ‘trappole’, ‘passioni’ o ‘peccati mortali’. Si tratta dei sette peccati capitali: superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, ingordigia, lussuria e a questi si aggiungono due ulteriori ‘peccati’: menzogna e paura. Il termine “peccato” viene inteso come la nostra “separazione da Dio”, ma anche dal nostro prossimo e da noi stessi. I “peccati” sono inasprimenti del carattere che impediscono all’energia, all’amore di Dio di fluire liberamente. Ogni “peccato” lo abbiamo scelto noi e quindi ne siamo responsabili.

Ognuno dei nove tipi di personalità comprende una classe che si estende tra poli estremi: “irredento” (immaturo, malsano) e “redento” (maturo, sano). Una persona irredenta è imprigionata in se stessa, e pensa che il suo punto di vista sia l’unico valido.

I sufi chiamavano l’enneagramma ‘Il volto di Dio’, essi immaginavano che nel cammino di liberazione l’uomo divenga sempre più capace di abbandonare la propria posizione per osservare la vita da un altro punto di vista. Se fossimo capaci di ‘indossare tutte le nove paia di scarpe’ e osservare la realtà da ognuno dei nove punti di vista, allora osserveremmo il mondo con gli occhi di Dio.

Sulla riva opposta troviamo la ‘personalità redenta’. Quanto più ci avviciniamo a Dio – il centro al quale tendiamo – tanto più ci muoviamo verso la parte redenta. Un grande aiuto in questo senso è la comunità, il gruppo. Nessuno dei nove tipi è migliore o peggiore di altri, ognuno di essi ha bisogno di arrivare alla libertà e ognuno di essi ha doni unici.

Conoscendo l’enneagramma è possibile elaborare meglio i nostri rapporti e le dinamiche delle relazioni: in ambito lavorativo; tra genitori e figli; tra uomini e donne; di amicizia; di gruppo. Ma soprattutto l’enneagramma è uno strumento utilissimo per l’autoconoscenza e la consapevolezza di sé.

I tre centri: pancia; cuore; testa

I nove tipi dell’enneagramma vengono segnati sulla circonferenza in senso orario e sono riuniti in gruppi di tre:
Pancia

OTTO, NOVE, UNO: gruppo degli uomini di pancia o “tipo sessuale”. Essi reagiscono in maniera immediata, spontanea e impulsiva e non filtrano con il cervello.
Gli uomini di pancia reagiscono istintivamente. Il centro del corpo che li guida è l’apparato digerente e il plesso solare. L’orecchio e il naso sono i loro organi di senso più sviluppati. Tutto per loro gira intorno al potere. La vita è per loro un campo di battaglia. Spesso, inconsciamente si occupano di potere e di giustizia. Esteriormente risultano sicuri di sé e forti, mentre interiormente possono essere afflitti da dubbi morali su di sé.
In una situazione nuova dicono come prima cosa: “Qui ci sono io, occupatevi di me”, oppure chiedono: “Come mai io sono qua?”.
Accedono a Dio vedendolo come Padre. Riescono facilmente nelle pratiche di meditazione.
Ssiccome seguono molti impulsi “istintivi”, parte del loro compito nella vita è di trasformare i “diversi amori” in amore.
Cuore

DUE, TRE, QUATTRO: gruppo dell’uomo di cuore o “tipo sociale”. L’energia dei tipi di cuore va incontro agli altri, il loro tema sono le relazioni interpersonali.
Il cuore e i sistemi circolatori sono il loro centro del corpo. In loro sono particolarmente sviluppati il tatto e il gusto. Tutto per loro gira intorno all’essere per gli altri. Risulta loro difficile rimanere soli con se stessi. In una situazione nuova chiedono: “vi piacerò?” oppure: “Con chi sto?”. Vedono la vita come un compito da svolgere. Si preoccupano del prestigio e dell’immagine (spesso inconsapevolmente). L’aspetto positivo di tutto ciò è che hanno un senso di responsabilità sviluppato. Tendono ad adeguarsi, a reclamare attenzione, ad essere saccenti. Vengono influenzati da ciò che gli altri pensano di loro e ritengono spesso di sapere ciò che è bene per gli altri. Tendono a sopprimere la loro aggressività, nascondendosi dietro una facciata di bontà e di attività. Esteriormente risultano sicuri di sé, allegri e armonici, interiormente però si sentono spesso vuoti, incapaci, tristi e vergognosi.
Forme di devozione legate a calore sociale e sicurezza (ad esempio comunità di preghiera), attirano gli uomini di cuore. Essi devono imparare soprattutto a stare soli a pregare in una maniera che non viene notata né premiata. Il loro approccio a Dio avviene spesso attraverso un’esperienza di gruppo (Spirito Santo).
Prima o poi però deve seguire il passo nel silenzio e nella solitudine. (“Chi non sa rimanere solo tema la comunità”, Bonhoeffer). Poiché gli uomini di cuore ritengono di saper fare tutto da soli, risulta difficile per loro accettare la redenzione come regalo.
Il loro compito di vita consiste nel trasformare in speranza tutto ciò che costantemente si aspettano.
Testa

C) CINQUE, SEI SETTE: sono i tipi di testa o “tipo di autoconservazione”. Questo è un gruppo cerebrale. L’energia della testa è un’energia che si ritira dagli altri.
Gli uomini di testa in ogni situazione per prima cosa fanno un passo indietro per riflettere. Vengono guidati dal sistema nervoso centrale e il loro centro sono gli occhi. In una nuova situazione per prima cosa vogliono orientarsi, si chiedono: “Dove sono?” ovvero: “Come si combina tutto ciò?” Vedono la vita come un enigma, un mistero. Hanno il senso dell’ordine e del dovere. Il loro atteggiamento è di solito impassibile e concreto (“È così!”). Sembrano avere poche esigenze e sanno lasciare spazio agli altri. All’esterno risultano spesso chiari, convinti e capaci, interiormente però si sentono spesso isolati, confusi e privi di senso.
Il loro approccio a Dio parte dal Figlio, nel quale Dio si è rivelato ed è divenuto visibile. La loro vita di preghiera può sembrare arida, astratta e semplice adempimento di un dovere, ma possono, seguendo il percorso dei pensieri lucidi, sviluppare sentimenti caldi.
Gli uomini di testa devono passare dal pensare al fare e il passo dall’isolamento alla comunità. (“Chi non sa vivere nella comunità si guardi dal stare da solo”, Bonhoeffer).
Il loro compito consiste nel trasformare i loro dubbi e parziali verità in fede. Tipi di “Pancia”, di “testa” e di “cuore”.

I test

PER SENTIRMI A POSTO CON LA MIA COSCIENZA DEVO:

Segna una X accanto alla voce in cui ti riconosci maggiormente (una sola voce):

* Aiutare gli altri (2)
* Essere efficiente, pratico e avere successo (3)
* Conoscere e imparare il più possibile (5)
* Essere “diligente” e fare il mio dovere (6)
* Essere “perfetto” il più possibile (1)
* Divertirmi, stare allegro, godermi la vita il più possibile (7)
* Essere forte per difendere la giustizia (8)
* Essere “diverso”, distinguermi dalla massa (4)
* Riposare e lasciare che la vita scorra calma (9)

L’IMMAGINE CHE HO DI ME

Segna una X accanto alla voce in cui ti riconosci maggiormente (una sola voce): ·

* Io mi muovo per primo se c’è da aiutare qualcuno (2)
* Io sono una persona efficiente, competente e di successo (3)
* Io mi distinguo dagli altri in ogni cosa che faccio (4)
* Sono calmo tranquillo e soddisfatto di come scorre la mia vita (9)
* Sono perspicace e comprendo bene le cose (5)
* Sono forte e gestisco autorevolmente i miei rapporti (8)
* Sono ordinato e faccio sempre il mio dovere (6)
* Sono ottimista e cerco di divertirmi e godermi la vita (7)
* Io credo di aver sempre ragione o almeno il più delle volte (1)

da http://www.viviamoinpositivo.org/


Vincenzo Fanelli

Enneagramma – DVD

Scopri te stesso e gli altri – 3 ore di videocorso e intervista con l’autore

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Capire se stessi e gli altri, scoprire i propri punti di forza e debolezza, essere di supporto alla crescita personale degli altri e comprendere cosa ci accade in fase di stress e di riposo, individuare la propria compulsione nascosta: tutto questo grazie all’apprendimento semplice e immediato dei nove tipi di personalità dell’Eenneagramma, un antichissimo sistema di derivazione esoterica introdotto in Europa da G.I.Gurdjieff nei primi del 900 e rivalutato recentemente.

Un video-corso completo, diretto, adatto a qualsiasi tipo di pubblico e arricchito anche dal test personalizzato per scoprire la propria tipologia e quella dei nostri interlocutori in allegato nel libro.

Conoscere le emozioni

emozioni

La qualità della nostra esistenza è influenzata dal modo in cui reagiamo emotivamente alle varie situazioni che ci troviamo ad affrontare.
Se le emozioni non sono comprese o se non vengono manifestate in modo costruttivo finiscono per dominare la nostra vita causando inutile sofferenza all’individuo, adulto o bambino che sia.

In tempi recenti la comprensione della vita emotiva si è notevolmente ampliata in seguito al diffondersi di nuove conoscenze sul funzionamento della mente e sui meccanismi sottostanti le diverse emozioni. Si è potuto constatare che non c’è un ricettacolo passivo di pulsioni nascoste, ma che, al contrario, assume un ruolo attivo nella costruzione della sua realtà.

Gli psicologi hanno coniato l’espressione «dialogo interiore» per riferirsi al meccanismo attraverso il quale l’individuo elabora una propria visione degli eventi commentando internamente ogni esperienza personale. Sebbene spesso non ne siamo consapevoli, noi parliamo in continuazione a noi stessi e la maggior parte delle nostre reazioni emotive e dei nostri sentimenti sono influenzati dai contenuti di tali pensieri. Il modo in cui ognuno di noi parla a se stesso, interpretando e valutando la realtà circostante, può costituire un mezzo efficace per potenziare la capacità di affrontare varie situazioni problematiche.

La prima fase di questo percorso psico-educativo riguarda la consapevolezza emotiva, ossia il riconoscimento delle principali emozioni in se stessi e negli altri. Diversamente da altre procedure di educazione ora si vuole vedere come gestire le proprie emozioni, soprattutto quando si caratterizzano come emozioni negative o distruttive. La vera competenza emotiva consiste quindi nella conoscenza dei meccanismi mentali che stanno alla base delle emozioni.
Secondo gli studi non è l’evento a causare l’emozione, ma piuttosto sono i pensieri che determinano il tipo di reazione emotiva e comportamentale.

Si considerano «dannosi» quei pensieri che ci portano ad avere reazioni emotive esageratamene negative in
rapporto ad una data situazione.
Le caratteristiche dei pensieri dannosi sono essenzialmente queste:
–  descrivono in modo non realistico gli eventi distorcendoli;
–  sono pensieri esagerati, assolutistici;
–  non aiutano a raggiungere i propri scopi;
– portano a reazioni emotive eccessivamente intense e prolungate.

I pensieri utili comportano invece una visione più realistica e spesso positiva della realtà, che ridimensiona l’impatto emotivo di certi eventi e facilita il conseguimento dei propri scopi.

I principali tipi di pensieri dannosi sono i seguenti:
1. Pretese assolute. Sono una modalità di pensiero che solitamente si esprime con espressioni quali «Devo assolutamente ottenere quello che desidero», «Gli altri devono sempre trattarmi bene», «Certe cose non devono assolutamente succedere». L’illogicità di tale pensiero sta nel fatto che partendo da un obiettivo che si preferirebbe conseguire (ad esempio, ricevere approvazione dagli altri, ottenere considerazione e rispetto dagli altri), trasformiamo tale obiettivo da preferenza razionale ad esigenza assoluta che assume la forma di
«doverizzazione».
2. Pensiero catastrofico. Consiste nell’esagerare oltremodo l’aspetto spiacevole o doloroso di certi eventi. Tipici esempi sono: «È una cosa tremenda sbagliare», «È orribile essere criticati».
3.Intolleranza, insopportabilità. Si tratta di pensieri che denotano una bassa tolleranza nei confronti delle frustrazioni. Consistono nel ritenere che certi eventi (o talvolta certe persone) obiettivamente
spiacevoli non possono essere sopportati, ad esempio: «Non posso sopportare tutti questi compiti», «Non posso tollerare di essere trattato male».
4. Svalutazione globale di sé o degli altri. Consiste nel ritenere che poiché non si è riusciti bene in qualcosa, allora siamo un fallimento totale. Oppure la svalutazione globale può essere rivolta agli altri,
ritenendo che poiché uno o più aspetti del comportamento di una persona sono negativi, allora l’intera persona è negativa. Esempi di entrambi i tipi di svalutazione globale potrebbero essere: «Sono così stupido e incapace», «Sono proprio un perdente», «Quel mio compagno è una vera carogna».
5. Indispensabilità, bisogni assoluti. È un modo di pensare che ci porta erroneamente a considerare indispensabile ciò che in realtà è solo desiderabile, auspicabile, utile, ma di cui possiamo anche fare a
meno, pur con qualche inconveniente. Con questa forma di pensiero trasformiamo certi eventi, certe persone o certi oggetti in qualcosa di essenziale per la nostra felicità. È come se dicessimo «Posso essere
felice solo se avrò questo», ma così facendo ci costruiamo la nostra stessa infelicità. In molti casi ciò che consideriamo indispensabile sono l’approvazione, la stima, l’affetto, l’amicizia.
6. Generalizzare. Significa pensare in termini di «sempre», «mai», «tutti», «nessuno». Ad esempio «Mi va sempre tutto storto», «Non riesco mai a…», «Tutti se la prendono sempre con me», «Nessuno
mi vuole bene». Si tratta di pensieri poco realistici in quanto è altamente improbabile che certe cose si verifichino proprio sempre o mai o che tutti, proprio tutti, agiscano in un certo modo. Si tratta
piuttosto di generalizzazioni estreme che ci portano ad avere una visione disfattista della realtà.

Riconoscere le componenti irrazionali del proprio dialogo interiore è un passo molto importante per il superamento degli stati d’animo spiacevoli, ma non è sufficiente. Il passo successivo consiste nell’attaccare
tali pensieri negativi e nel sostituirli con altri più costruttivi.
Alcuni esempi di domande utili per «attaccare» i propri pensieri irrazionali e controproducenti sono:

  • Cosa c’è di vero in quello che penso, quali fatti potrei avere ignorato?
  • C’è qualche esagerazione nel mio modo di pensare?
  • Questo modo di pensare mi aiuta a stare meglio?
  • Questi pensieri mi sono utili per riuscire a ottenere quello che vorrei?
  • Qual è la cosa peggiore che potrebbe accadere in questa situazione?
  • Quanto è probabile che si verifichi davvero? Sarebbe proprio terribile o insopportabile se ciò si verificasse?

Attaccare i pensieri irrazionali e negativi significa indebolirne la loro forza, in modo da introdurre nella nostra mente un dubbio sulla loro veridicità. Questo rende più facile sostituirli con altri più costruttivi.

Vediamo come procedere per trasformare i principali contenuti irrazionali del dialogo interiore che abbiamo considerato in precedenza.
Il pensiero assolutistico («devi assolutamente», «bisogna per forza») può essere sostituito con pensieri che esprimono desideri, opportunità, convenienza. Ad esempio, «Sarebbe meglio se…», «Vorrei
che…», «Conviene, è meglio…».
Il pensiero catastrofico può essere sostituito con pensieri che ridimensionano in modo più realistico l’evento. Ad esempio, «È spiacevole, è doloroso, ma non è la fine del mondo».
I pensieri che esprimono intolleranza o insopportabilità possono essere sostituiti constatando che certi eventi o certe persone «sono solo sgradevoli, fastidiosi, ma pur sempre sopportabili».
La tendenza a svalutare totalmente se stessi o gli altri con aggettivi denigratori può essere superata limitandosi a esprimere giudizi solo sui comportamenti e non sulle persone, ricordandosi che gli individui
sono qualcosa di molto più complesso della semplice somma dei loro comportamenti.

I pensieri che esprimono indispensabilità, bisogni assoluti possono essere sostituiti con affermazioni che esprimono preferenze, come «Mi piacerebbe… ma so che non è indispensabile anche se lo desidero molto», «Anche se non posso ottenere questa cosa potrò avere altre gratificazioni…».

I pensieri che esprimono generalizzazioni («sempre», «mai», «nessuno») possono essere trasformati ricorrendo a termini quali «spesso», «a volte», «molti», «qualcuno».

Questo lavoro di riconoscimento, attacco e trasformazione dei pensieri distruttivi richiede una certa pratica acquisibile mediante un allenamento costante da attuare per un periodo di tempo, almeno fino a
quando vecchie abitudini nel modo di pensare non lasceranno il posto ad altre più costruttive e positive.

Si tratta di sostituire vecchi percorsi mentali con nuovi percorsi che portano ad emozioni più funzionali e
soddisfacenti.

Da:  Giochi e attività sulle emozioni Di Pietro M. e Dacomo M.

Libro consigliato:


Serge Tisseron

Verità e Menzogne delle Emozioni

Comprendere la nostra sfera emotiva

Le emozioni sono quanto mai di moda: ascoltarle è sinonimo di sincerità, di autenticità, di star bene con se stessi. Ma, come i pensieri, anche le emozioni possono essere indotte, represse, mascherate: in una parola, false.
Sin dal primo vagito, assieme al latte materno ciascuno di noi assimila un bagaglio emotivo che contiene l’impronta fedele della propria storia familiare.

Custodito nei recessi sotterranei dell’inconscio, tale bagaglio riemerge continuamente mescolando e sfalsando i piani: capita così che dietro un’emozione che crediamo autentica se ne celi un’altra che non sappiamo riconoscere o accettare; o può accaderci addirittura di fare da cassa di risonanza a emozioni non nostre, sgorgate da una storia che non abbiamo vissuto. E in questo gioco di specchi in cui verità e menzogna si confondono, vengono spesso a galla segreti di famiglia, che, invisibili all’occhio della ragione, attraversano le generazioni sul filo sottile delle emozioni.

Un famoso psichiatra e psicanalista ci fornisce la chiave per la comprensione dei meccanismi sottesi al funzionamento della sfera emotiva, spiegandoci come scoprire e riconoscere le emozioni che crediamo nostre e che invece si sono impadronite di noi, e come liberarcene per dare spazio alla nostra emotività autentica e personale.

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Le scelte di ogni giorno

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Ogni giorno ci troviamo ad affrontare varie situazioni che
impongono una scelta e, nonostante gli sforzi, spesso non prendiamo
la soluzione che sappiamo essere “buona per noi”. Questo accade in
parte perchè la “scelta giusta” è sovente la più difficile e ci
costringe a sacrificare in certo grado il nostro piacere.
Nel corso dei secoli uomini e donne si sono sforzati di chiarire
quale ruolo il piacere dovesse svolgere nella loro vita: innumerevoli
filosofi, teologi e psicologi hanno analizzato il nostro rapporto con
questa sensazione. Nel terzo secolo a.C., Epicuro basò il proprio
sistema etico sull’audace concetto che “il piacere sia l’inizio e la
fine della vita felice
“. Ma anch’egli riconobbe l’importanza del
senso comune e della moderazione, e osservò come il farsi prendere in
maniera incontrollata dai piaceri sensuali producesse a volte dolore
anzichè gioia. Negli ultimi anni dell’Ottocento, Sigmund Freud si
dedicò all’elaborazione di una teoria del piacere e concluse che la
fondamentale motivazione alla base dell’intero apparato psichico è il
desiderio di alleviare la tensione causata da pulsioni istintuali
inappagate; a suo avviso, insomma, noi siamo motivati dalla ricerca
del piacere.
Ovviamente, nessuno di noi ha bisogno degli antichi filosofi greci,
degli psicoanalisti ottocenteschi o degli scienziati odierni per
capire che cosa sia il piacere. Sappiamo cos’è quando lo proviamo.
Comprendiamo cos’è quando la persona amata ci accarezza o ci sorride,
quando ci concediamo il lusso di un bagno caldo in un freddo
pomeriggio piovoso o quando contempliamo la bellezza di un tramonto.
Ma molti provano piacere anche nella frenesia indotta da una linea di
cocaina, nell’estasi dello sballo da eroina, nello stordimento della
sbornia alcolica, nella gioia di sfrenate imprese sessuali o
nell’euforia di un colpo di fortuna a Las Vegas. Anche questi sono
piaceri assai reali, con cui molta gente, oggi, è costretta a fare i
conti.
Benchè non vi siano sistemi facili per evitare simili godimenti
distruttivi, abbiamo il vantaggio di conoscere il punto di partenza:
ricordarci che quel che cerchiamo nella vita è la felicità. Come
osserva il Dalai Lama, questo è un dato di fatto incontrovertibile.
Se affronteremo le nostre scelte di vita tenendo a mente tale
concetto, faremo meno fatica a rinunciare alle cose che, pur dandoci
una soddisfazione momentanea, a lungo andare ci danneggiano. Il
motivo per cui è spesso così difficile dire “un semplice no” è da
ricercarsi in quel monosillabo: il “no” è infatti associato all’idea
di dover rifiutare a se stessi qualcosa, di dover compiere una
rinuncia e privarsi di qualcosa.
Ma forse l’approccio migliore è reinquadrare qualsiasi decisione
chiedendosi: “Mi darà la felicità?”.
Questa semplice domanda
rappresenta un prezioso strumento, perchè può aiutarci a gestire
tutti i settori della vita, non solo a decidere se dobbiamo indulgere
alla droga o concederci una terza fetta di torta alla banana. Ci
consente infatti di osservare le cose con un’ottica nuova. Se
affronteremo le decisioni e le scelte quotidiane con quella domanda
in mente, sposteremo il fulcro dell’attenzione da ciò che neghiamo a
noi stessi a ciò che cerchiamo: la vera felicità, che, come dice il
Dalai Lama, è stabile e durevole.

Libro consigliato:



Dalai Lama

Il Sutra del Cuore

Riflessioni sulla natura dell’uomo e sulla felicità

Sperling
ISBN: 8820035804

Prezzo € 13,50

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