Scelgo la Libertà..

Diverse persone a cui sono successe cose brutte,
anziché essere felici di saperle ormai nel passato,
le rivivono costantemente nella propria mente,
riuscendo così a rovinarsi anche il presente.
Cosa fare del nostro passato è sempre e comunque
una nostra scelta: possiamo usarlo per limitare
il nostro futuro oppure per migliorarlo.

Tratto da Scelgo la Libertà

Scelgo la Libertà
Perchè alcune persone vivono felicemente e altre no

Prezzo € 15,81
invece di € 18,60 (-15%)

Un libro-corso unico: gli strumenti pratici della Programmazione Neuro-Linguistica (PNL) per la prima volta spiegati attraverso la storia di un partecipante a un corso tenuto dal genio creativo della PNL.

Attraverso Scelgo la libertà imparerai in modo divertente ed efficace come applicare l’attitudine e le tecniche della PNL per migliorare la tua vita. Apprenderai come:

  • assumere un maggior controllo sui tuoi pensieri e sulle tue emozioni;
  • cambiare le convinzioni limitanti;
  • sostituire comportamenti improduttivi;
  • sfruttare maggiormente le tue risorse interne;
  • rendere più efficace la comunicazione con te stesso e con gli altri;
  • definire obiettivi di qualità per la tua vita personale e professionale.

Scelgo la libertà racconta la storia di Joe, una persona in cui ognuno di noi può riconoscersi. Il protagonista decide di partecipare a un corso di tre giorni durante il quale Richard Bandler stesso spiega come aumentare la propria libertà personale e la capacità di scelta grazie alle tecniche della PNL. Accompagnando Joe nel suo viaggio, apprenderai assieme a lui come progettare e realizzare il futuro che hai sempre sognato.

Il nuovo capolavoro di Richard Bandler, padre della PNL,

scritto con Alessio Roberti e Owen Fitzpatrick.

Un libro per chiunque desideri vivere più felicemente

La vita di ognuno di noi è guidata da qualcosa.

Alcune persone si fanno guidare da un problema o da una scadenza pressante. Altre da una paura, magari quella di perdere il posto di lavoro o la persona amata.

Cosa sta guidando la tua vita, in questo momento? Purtroppo molte persone sono guidate dai brutti ricordi. Permettono al passato di controllare il futuro: sono “prigioniere” del loro passato.

Nell’ultimo secolo, le prigioni fisiche sono state rimpiazzate da quelle mentali. Oggi molti vivono nella paura e nell’ansia. Sono incatenati ad una serie di problemi che impediscono loro di vivere come desiderano.

Scelgo la libertà vuole portare una messaggio preciso: potete rompere le catene che vi costringono a vivere una vita al di sotto delle vostre potenzialità, dovete solo imparare come.

In questo libro raccontiamo la storia di un uomo, Joe, che spezza le proprie catene mentali. Leggendolo probabilmente scoprirai che la sua storia è anche la tua storia. Quel che Joe impara può essere applicato anche nella tua vita, per realizzare il futuro che desideri.

Scegli di vivere in positivo!

L’esperienza e l’intuizione portano alcuni soggetti a scegliere di vivere applicando un atteggiamento sereno e positivo. L’intuizione, tuttavia, spesso precede l’effettiva solidità costituzionale psicosomatica richiesta per sostenere e difendere la scelta di tale atteggiamento. Ecco perché nella maggior parte dei casi si rimane ancora influenzabili dall’ambiente esterno nonostante la scelta sia stata decisa e chiara.
E’ anche troppo palese che, senza aver prima realizzato una salda capacità di “distacco”, ovvero di non coinvolgimento, si è vincolati a suggestioni provenienti dall’esterno.
Credo sia capitato a tutti, di fare i conti con la contaminazione negativa che noi stessi, o altri, in taluni momenti portiamo nel circolo di esistenze che stanno intorno a noi.
Un caso tipico viene spesso vissuto sul posto di lavoro quando, ad esempio, e capita più facilmente di lunedì, un collega dopo aver passato un brutto fine settimana, magari a bisticciare con la moglie, con i figli o con la suocera, si presenta di cattivo umore. Anche se rimane silenzioso e in disparte, finisce con coinvolgere chi gli sta intorno, trasmettendo la propria negatività, e dalla quale, senza esperienza, agli altri, diverrà difficile potersi salvaguardare.
Eccovi allora un esercizio che può aiutare a rinforzare le proprie difese attivando uno schermo psicosomatico:
·      sdraiatevi sul pavimento (se non vi è possibile lo potete fare anche su un letto) e, prima di tutto, sistemate con cura il corpo, nella posizione ideale di rilassamento : le gambe leggermente aperte con le punte dei piedi che cadono verso l’esterno, le braccia non troppo vicine né troppo lontane, con il palmo delle mani rivolto verso l’alto. Il mento leggermente più vicino allo sterno.
·      Concentratevi sul piano fisico e gradatamente, realizzate uno stato di totale abbandono. Poi divenite consapevoli del respiro impegnandovi a risvegliare la respirazione naturale e spontanea e, quando l’avrete ottenuta, assumetene il controllo sviluppando respirazioni più lente e profonde.
·      Concentratevi in seguito su un punto sotto i piedi distante circa 10 centimetri. Intensificate la vostra consapevolezza e sentite questo punto chiaramente. Poi fate la stessa cosa sopra la testa cercando di percepire nitidamente un punto 10 centimetri oltre il capo.
·      Visualizzate ora l’inspirazione che partendo dal punto oltre i piedi risale sul lato destro fino al punto sopra la testa formando un semicerchio luminoso. Con l’espirazione, al contrario, completate il cerchio luminoso scendendo da sopra il capo a sotto i piedi sul lato sinistro. Continuate a lungo per rinforzare sempre più tale immagine fino a sentir divenire concreto e reale quello scudo energetico a forma luminosa di cerchio che vi state costruendo con la forza della vostra mente e del respiro. Quando avrete resa tangibile, quasi reale, la visualizzazione del cerchio, allora immaginate voi stessi sicuri, rilassati e protetti all’interno di quel cerchio e continuate fino a quando il tempo ve lo permetterà.
Senza dubbio, tale esercizio, in relazione con il piano energetico, vi rinforzerà, anche da un punto di vista psicologico.
Il Pensiero Positivo
Per vivere in armonia con noi e con gli altri

Come si mantiene attivo l’entusiasmo?

forma un’immagine della meta che intendi raggiungere

e un’altra di quella stessa meta come se fosse già stata conseguita

e avrai un paio di ali per arrivare fino ad essa.

Questo libretto distilla il contenuto di saggezza del pensiero di Peale: attraverso rassicuranti parole di conforto, riflessioni acute e penetranti l’autore ci propone la sua rivoluzionaria filosofia di vita e ci aiuta a ritrovare quel sereno equilibrio interiore con noi stessi e con gli altri.

Quello che avrei dovuto fare..

scoprire-chi-sono

Sto facendo quello che avrei dovuto fare anni fa, cioè scoprire chi sono e che cosa voglio. Voglio
poter scegliere. E quando prendo delle decisioni, grazie ad una scelta, e non a un dovere, queste
dovranno portare un miglioramento per le persone che ci amano e che io amo.

Louise Fletcher

Prezzo € 8,00

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Impariamo a comprendere gli schemi di evoluzione delle nostre vite e a superarli per crescere spiritualmente, a conoscere i Custodi dei disegni dell’Anima ed il modo in cui interagiscono con noi, a rifiutare le trappole del “ricatto spirituale” e a riconoscere la realtà di noi stessi.

Senza perdere la calma

La pazienza, virtù importante ormai quasi dimenticata. Da coltivare per riscoprire una marcia in più nella vita di tutti i giorni.

calma-pazienza

“Essere pazienti non significa essere deboli, ma avere scoperto una nuova forza interiore”

La pazienza non è un concetto di facile definizione. Secondo gli esperti è la capacità di porsi in un atteggiamento di calma e serenità di fronte alle situazioni più disparate: quando perdiamo l’autobus che è passato giusto due secondi prima, quando si teme di non riuscire a finire dei lavori importanti in tempo, quando aspettiamo ad un appuntamento l’amico ritardatario.

La pazienza è anche non perdere la lucidità mentale nella quotidianità mentre attendiamo notizie importanti.

Tutte queste caratteristiche sono tipiche del sesso femminile; basti pensare anche alla tradizione letteraria che riporta esempi di donne come Penelope o Arianna che trascorsero la maggior parte del tempo ad attendere il ritorno dei loro uomini.

Nella società moderna, da quando le donne lavorano e hanno assunto ruoli sociali importanti, la pazienza intesa come capacità di attendere è venuta un po’ a mancare; eppure è presente più che mai nella vita femminile. La capacità di conciliare i ruoli di moglie, madre, lavoratrice, persona con una vita sociale, non sarebbe realizzabile senza la pazienza.

Questa, infatti, non è una virtù passiva che si concretizza nell’aspettare, ma nel saper gestire con calma molte situazioni diverse senza perdere la calma.

La donna paziente di oggi è colei che riesce a guardarsi con ironia, che non pretende troppo da se stessa e che riesce a mandare avanti con serenità molte attività.

Nella società caotica in cui viviamo la pazienza è un valore più che mai positivo

Come sfruttare una virtù antica

La pazienza non è più una virtù passiva, ma un atteggiamento saggio e costruttivo che si rivela vincente in molte situazioni della vita. Essere persone moderne e pazienti oggi significa:

NON FARE SFORZI INUTILI: se la strada che si vuole percorrere è difficile, è inutile intestardirsi perché l’unico risultato sarebbe quello di sentirsi frustrati. Meglio fermarsi e attendere che arrivi l’occasione giusta. Grinta e coraggio vanno bene, ma non quando l’obbiettivo è irraggiungibile.

NON FISSARSI SU UN UNICO OBBIETTIVO: avere una meta nella vita è giusto, aiuta ad andare avanti. Tra la partenza e l’arrivo c’è però molta strada da percorrere e se si guarda solo allo scopo finale si rischia di perdere occasioni di scelta che si possono presentare durante il percorso.

NON ANGOSCIARSI NELLO SCEGLIERE: ciò vale soprattutto per le donne in lotta perenne per far coincidere alla perfezione gli impegni quotidiani. Imparando a far convivere tante situazioni si impara sicuramente a essere più serene. Un esempio? : ho un buon lavoro e voglio stare più tempo con i figli? Rinuncerò alla palestra e farò una passeggiata con i bambini.

NON CERCARE DI CAMBIARE LE PERSONE: sperare che gli altri cambino è un atteggiamento di pazienza passiva e negativa che caratterizza uomini e donne. Bisogna invece accettare il fatto che l’altro non diventerà mai come si vorrebbe.

RISCOPRIRE I LATI INDEDITI DI SE’: l’impaziente è spesso una persona di successo che con grinta ottiene ciò che vuole. Se però fallisce è destinato alla frustrazione e all’insuccesso cronico perché vede quel fallimento come una sconfitta per tutta la vita. Pazienza è invece la capacità di darsi una seconda possibilità, riscoprendo capacità e talenti nascosti.

di: Bianca Maria Fracas – Psicologa e consulente sessuale

Tecniche e suggerimenti per ritrovare la calma interiore e abbattere lo stress

Prezzo € 13,00
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Questo è un libro semplice che ha un unico scopo: darvi una mano a rilassarvi.

In ogni pagina troverete una tecnica di rilassamento che riuscirete ad apprendere in soli cinque minuti. Ogni tecnica è corredata di una breve spiegazione, seguita dalle istruzioni.

La spiegazione vi mostrerà come e perché una determinata tecnica funziona, e per quali fini è particolarmente salutare. Le istruzioni sono chiare e semplici. Dovreste essere in grado di leggerle e di assimilarle in pochi minuti, oltre che di praticare gli esercizi subito e con risultati positivi.

Rilassa il tuo corpo” è facile da usare.

Non occorre leggerlo tutto né sistematicamente: sfogliatelo fino a trovare la tecnica che vi interessa. Praticatela ogni giorno per una settimana circa. Una volta che l’avete appresa potete passare ad un altro esercizio.

La comprensione

cominciare-successo

Ciascuno di noi non ha altra scelta se non di cominciare là dove si trova con quel che ha. Questa è la nostra sfida, la nostra vita, la nostra pratica. Ogni ostacolo, ogni problema, ogni handicap fa parte della pratica. Ogni vantaggio, ogni successo aiuta la comprensione della pratica.

Marc Lesser

Vivi la Vita: una storia vera

scrivere

L’ABC del morire, partire senza partire, amare ed abbandonare e il peso insopportabile del sapere

Mi è stato chiesto di scrivere la mia storia dentro la malattia. Ci ho pensato a lungo in questa settimana, ne ho accennato ai miei, ho provato a costruire tracce, percorsi, ipotesi di stesura.
E’ una settimana difficile: al suo termine mi aspetta una serie di esami di controllo e, come al solito, l’ansia è difficile da tenere a bada. Ancora una volta il mio equilibrio (così precario!) si sgretola ed io arranco alla ricerca di…. accettazione, ignoranza, pace, che altro… non so bene.

Allora riparto, vado a leggere gli sfoghi e le riflessioni che di tanto in tanto in questi anni ho affidato alla carta, quando proprio non ne potevo più, mi sentivo le parole premere in gola come un grido di aiuto troppo a lungo trattenuto e che non sapevo a chi rivolgere.
La carta sopporta così tanto!!
Rileggendo qua e là ho trovato una citazione che forse ben riassume ciò che ho cercato di fare, ciò che credo tutti coloro che entrano nel “pianeta cancro” devono affrontare:

“Questo è ciò che col tempo bisogna imparare
L’ABC del morire
Del partire senza partire
Dell’amare e dell’abbandonare
E il peso insopportabile del sapere“

Ebbene ho aperto il mio abbecedario nell’ottobre del ’97: un nodulo percepito con l’autopalpazione, la trafila della diagnosi, l’attesa del responso con la prima altalena di speranze e timori. Una settimana di viva angoscia dalla quale trovo riparo solo nel lavoro e nell’abbraccio di mio marito. Così trascorro le giornate a scuola e le sere rincantucciata sul divano, chiusa nel cerchio delle sue braccia, appoggiata a lui sia fisicamente che psicologicamente. Con lui mi reco all’ambulatorio per sentire gli esiti dell’esame: confermano la presenza della malattia. Bisogna operare.
Di fronte al medico mi controllo, poi crollo. Tutti mi sono molto vicini nel periodo di attesa tra la diagnosi e l’operazione; temevo molto la reazione di mia madre all’annuncio della malattia, mi appare ormai così fragile emotivamente. Invece reagisce, la preoccupazione la sprona a trovare cose da fare per aiutare. Vedo lo sgomento negli occhi di mio padre, ma fra noi le parole sono sempre state poche e i gesti parchi. Anche in questa occasione, come poi molte altre volte, un abbraccio dato con i lucciconi agli occhi, il mio solito saluto: ”Ciao Pa’, fai il bravo, mi raccomando”. E il suo: “Me racumandi a ti, tusa!”
La zia mi esorta a rivolgermi a Dio, a pregare, a chiedere il suo aiuto che non mancherà. Il mio rapporto con Dio è certamente presuntuoso: sono credente, non praticante, la Chiesa non mi convince con le sue gerarchie e manifestazioni. Lui ed io conversiamo “in proprio”, ma in questa occasione mi trovo a pensare: ”Perché dovrebbe donare la guarigione proprio a me? Cosa faccio io di speciale perché mi preservi, mi sani? Come osare chiedere questo quando tanti altri soffrono più di me?” E così la preghiera unica, veramente sentita, è sempre la stessa: “dammi la forza di affrontare questa cosa, un passo alla volta; non mi abbandonare, altrimenti non ce la farò mai.”

Arriva l’operazione, passa e dopo di essa la radioterapia.
Appena posso torno a scuola: i bambini e il loro affetto, le colleghe e amiche e il loro calore sono un balsamo. In questo periodo devo ritrovare me stessa, ma non so quale me stessa voglio ritrovare. Forse quella proiettata in fuori, disponibile, che si impegna, perché mi darebbe la sicurezza del ritorno alla normalità. D’altra parte c’è la voce di V., con la sua esperienza di questa nostra malattia, e il suo suggerimento a fare ciò che mi piace, a vivere per me e non per gli altri.
Ma io come sto?
Mi dicono che “sono guarita”, ma mi vogliono controllare ogni pochi mesi e che ciò continuerà per anni.
Crolla e si frantuma un baluardo: non sono immortale.
Fino a ieri la morte, la malattia erano degli altri. Ora sono miei e il mio cuore e la mia mente devono fare i conti con l’incertezza e la paura del domani.
Mi scontro con le esortazioni alla calma e a controllare la paura, mi mandano in bestia.
Sembrano accusarmi di essere un’ansiosa.
Beh, è vero sono ansiosa: ho paura che a mia figlia possa capitare qualcosa di male e, ora che ho toccato il “pianeta cancro” temo veramente la malattia, il tradimento del mio corpo, la sofferenza fisica che pure finora non ho sperimentato e la morte che ha assunto una concretezza assai diversa.
Chi mi invita alla calma pensa di aiutarmi a razionalizzare, ad arginare il panico. Eppure sono parole che scatenano in me il rifiuto, la rabbia. Le ragioni del mio star male sono sacrosante, ma odio pensare che gli altri mi vedano come una piaga, una che si piange addosso. Però so che non voglio tacere, nascondermi dietro una corazza data dall’aspetto impeccabile, dall’efficienza, dal controllato silenzio.
Frequento il gruppo “PSICOLOGIA AL FEMMINILE” presso la biblioteca di Corsico, un gruppo aperto di donne con alcune presenze costanti ed altre fluttuanti. E’ uno dei pochi luoghi in cui riesco ad esprimere le mie tensioni, le paure, il disagio. Qui non si è mai giudicate e c’è una profonda empatia che permette di lasciare andare il nodo che chiude la gola, sapendo che le altre si stringeranno a te, piangeranno con te, ascolteranno e parleranno a cuore aperto.
E’ così difficile trovare il momento e la persona con cui parlare quando ne hai così bisogno da sentire le parole spingere contro le labbra.
Ma con chi farlo?
Con mio marito? Lo vedo scrutarmi, so che si preoccupa e si sforza di offrirmi una piacevole quotidianità, di farmi sentire bene e non mi sento di gravare sulle sue spalle con le mie “paturnie”.
Con i miei genitori? Sono in quella fase della vita in cui si comincia a sentirsi genitori dei propri genitori e vorrei poterli preservare dall’ansia per il mio stato.
Con mia figlia? Lei ora è una donna, forte, affettuosa, vicina. Ma è la mia bambina, devo proteggerla dalle brutture e dai dolori del mondo. E’ il mio compito di madre. Che madre sarei se fossi io ad appoggiarmi a lei, a scaricarle addosso tutte le tensioni e le paure, ad offuscare il suo cielo che si sta aprendo ora alla vita.
Con le amiche? So che sono lì, disponibili, basterebbe alzare la cornetta e chiamare. Ma anche loro hanno gli affanni della vita quotidiana da affrontare e troppo spesso mi faccio scrupolo di rivolgermi a loro. Ci sono pomeriggi in cui vorrei che il telefono squillasse per parlare con qualcuno… ma chiedere aiuto è così difficile.
Così spesso taccio, mi sembra di riuscire a darmi un’aria tranquilla e controllata, poi scopro che i miei tentativi non ingannano chi mi sta vicino e mi vuol bene, che talvolta sono loro a sopportarmi facendo finta di non vedere la mia espressione tesa e di non sentire le mie risposte brusche.

Passano i mesi, passano i controlli, vado sempre accompagnata da mio marito, non reggo la sala d’attesa. L’infermiera dell’ambulatorio di senologia mi chiama la signora con il cavalier servente.
Tutte le volte lui esorta il medico a tranquillizzarmi esplicitamente, sono le sole occasioni in cui rivela a me e ad altri che non sono per nulla brava a nascondere le mie emozioni.

E’ morta V. L’ennesima manifestazione della malattia ce l’ha portata via.
Mi sento un verme perché non riesco a disgiungere dal dolore per lei il dolore per me. La mia storia sarà come la sua? Perché? Questa angoscia accompagna i miei giorni, è sempre lì ben chiusa in una piega dell’animo, ma pronta a sgusciar fuori alla prima distrazione. Non mi libererò mai della paura?

Sono trascorsi tre anni. Comincio quasi a crederci, forse sono davvero in salvo, forse in fondo al tunnel c’è davvero il sereno. Forse ha ragione A.M. quando dice che ciò che ci accade è “in questo momento”, ma dobbiamo procedere pensando che il momento passerà.
Proprio mentre sto cominciando a crederci arriva la doccia fredda: dalla scintigrafia ossea: si evidenzia una lesione allo sterno. La malattia allunga ancora i suoi artigli su di me.
Sono terrorizzata, mi figuro scenari tremendi, cosa succederà? Quali terapie? Quali interventi?
Ma soprattutto quale futuro? Anch’io come V. passerò da una ricaduta all’altra in una spirale impossibile da forzare?
Troppe domande che mi spaventano e questa volta non riesco a parlare con nessuno, le amiche mi dicono che appaio distaccata e lontana. F. cerca di starmi vicina e io mi ritraggo; S. mi abbraccia, io la stringo poi devio i discorsi, cambio argomento. Non ho neppure chiamato T. e mi manca il suo viso, il suo sorriso coraggioso, la sua stretta e anche la sua fede. M. è una presenza silenziosa che apprezzo particolarmente, che mi aiuta a stare tra le pareti della scuola, non chiede ma c’è.
Gli alunni percepiscono il mio squilibrio, la mia tensione. Chiedo loro di aver pazienza, accenno a problemi di salute. Capiscono con la saggezza del cuore che rende così ricchi questi piccoli di otto anni e, a modo loro, si sforzano di aiutarmi.

Che sollievo quando le cure si rivelano poco invasive. La terapia ormonale è tollerabile, non limita la mia vita, il suo quotidiano dipanarsi. I controlli però sono diventati ancora più frequenti e io li tollero sempre meno. Vorrei non dover più varcare il portone dell’Istituto, non vedere più questi corridoi, queste sale, questi volti. Mi diventa sempre più difficile venirci da sola, la lettura che prima mi bastava per astrarmi e far passare il tempo dell’attesa ora non è sufficiente. Chiedo a turno ai miei cari di accompagnarmi, ho paura di guardarmi attorno nelle sale d’aspetto e di vedere altri malati, sofferenti, colpiti dalle manifestazioni del male e di riconoscermi in loro, vedere specchiato nel loro aspetto il mio domani.

Al gruppo di Corsico A.M. mi suggerisce di non combattere la malattia, di affrontarla.
Non capisco! Tutti mi dicono che devo combattere il male, vincere il tumore, sconfiggere questo nemico. Cosa avrà voluto dire?
Mi occorrono molti mesi per capire: non combattere contro me stessa; accettare le modificazioni, accettare l’idea della morte per affrontare la vita e le sue richieste e ricchezze; amarmi e non sentirmi colpevole, tradita dal corpo, punita per chissà quali colpe o manchevolezze. Non un atteggiamento contro, ma un atteggiamento per…

Intanto il tumore che sembrava arginato, dopo un anno trova un’altra via per manifestarsi. Questa volta il medico è brusco e mi annienta con la sua laconicità. E’ una malattia cronica – dichiara freddamente.
Al mio terrore si aggiunge lo spavento di vedere per la prima volta le difese di mio marito cedere: ha gli occhi lucidi, fatica a trattenere le lacrime.
Allora sto molto male davvero.
E mi preoccupo per lui, per la mia ragazza. Chi li aiuterà a far fronte a questo nuovo periodo di dolore.
E chi aiuterà me?

Questa volta mi tocca la chemioterapia, l’ho sempre rifiutata nelle mie fantasie. Mi terrorizza e il mio terrore si riversa sull’aspetto più vano, più esteriore: perderò i capelli, nessuno deve vedermi così, non voglio far compassione. Piango e corro a procurarmi una parrucca che sia il più possibile uguale a me: stesso taglio, stesso colore. Per apparire inalterata agli occhi degli altri.
Illusa. Non immaginavo certo che il mio corpo, la mia pelle, tutto sarebbe stato modificato dall’urto dei farmaci.
Mio marito si preoccupa di trovarmi un supporto psicologico presso la struttura ospedaliera, io vorrei che ne usufruisse anche lui. Pensavo fosse possibile un supporto alla famiglia, mi rendo conto che le tempeste emotive che attraversano me, devono per forza scuotere anche loro. Lui è uno che parla sempre poco delle sue emozioni, insisto più volte perché inizi un periodo di supporto psicologico, ma scantona. Il nostro rapporto però si approfondisce, mi accetta anche così malconcia, pelata, brutta, si sforza di scherzare sui miei denti macchiati dal violetto di genziana, sulla mia patetica cuffietta e sulla mia zucca liscia, mi porta in vacanza e se anche talvolta mi chiede prestazioni fisiche che non riesco a reggere (una passeggiata in montagna che mi estenua, la presenza a riunioni e impegni che mi pesano molto) non lo fa certo per superficialità, incuria o distrazione nei miei confronti. E’ il suo modo per dire che ce la posso fare, per avere fiducia in me, per spronarmi a non abbattermi. La sua presenza fisica costante, l’abbraccio, la carezza, il desiderio sessuale che manifesta verso questo corpo che io vedo così poco desiderabile, sono i suoi modi di esserci ed amare. A volte mi sento in colpa perché non riesco a rispondere a queste sue offerte di amore, sento che anche lui ha bisogno di essere rassicurato, di poter placare le ansie di questo periodo così pesante. Sento anche la sua comprensione, sa che se mi nego è perché non ho le forze, che non è un rifiuto verso di lui e aspetta silenziosamente.
D’altra parte anch’io vivo in modo contraddittorio il mio stato di salute: mi rifiuto di mettermi in malattia, appena posso riprendo il mio posto in classe e gli incarichi (anche quest’anno molti e pesanti) assunti nella scuola e fuori, voglio frequentare gli amici, il corso di ballo cui ci siamo iscritti, continuare l’attività sociale e politica sul territorio, frequentare il gruppo a Corsico.
Il corpo mi tradisce, le forze mancano, me la prendo con me stessa se non ce la faccio, mi guardo e mi faccio pena, repulsione. Sono stanca, vorrei urlare che adesso basta, non ce la faccio più, che non ne posso più. BASTA!, BASTA!, BASTA!!!
La zia, mia figlia, mio marito si fanno carico delle fatiche usuali della casa, non so come ringraziarli e cerco di incanalare tutte le mie forze all’interno come se potessi convincere i farmaci a far bene, a far sempre più effetto, ma anche all’esterno: se non cederò, se non abdicherò potrò riprendere la vita di prima. Star fuori casa del resto mi fa solo bene, quando devo stare per forza in casa, quando mi trascino dal letto al divano e il solo cucinare mi fiacca, la mente galoppa fra nere paludi di ansie e ossessioni. Non c’è uno scenario sereno che si presenti alle mie fantasie: i farmaci non faranno effetto, le ricadute si succederanno, i capelli non ricresceranno più o se ricresceranno altre terapie provvederanno a farli ricadere, sono orribile, inguardabile, insopportabile.
E allora fuori, facciamoci carico di altri problemi, altre realtà, altre persone.
E’ una specie di cura scaramantica che pratico su me stessa. Ci credo veramente? Non so.

In tutto questo una svolta particolare prende il rapporto con gli alunni.
Non si spiegano le mie frequenti assenze, vedono il mio aspetto dimesso, percepiscono i discorsi con le colleghe. Del resto i bambini non capiscono perché una persona sulla quale sono abituati a far conto, la cui presenza è una delle sicurezze della loro giornata possa sparire all’improvviso, senza motivo e senza spiegazione. Ritengo che sia per loro una fonte di ansia molto più forte del sentirsi spiegare chiaramente la malattia e anche la morte. La nostra società, l’informazione televisiva, la famiglia nuclearizzata ci hanno abituato alla morte spettacolo, cruenta ed estranea, i bambini non vivono più il ciclo della vita dalla nascita alla morte come un’esperienza familiare, molto viene ospedalizzato, molto viene taciuto perché noi adulti abbiamo paura di parlare di certe cose. Così decido di parlare loro della malattia, ci penso su per tutto il fine settimana che precede il rientro da una assenza prolungata (due settimane di antibiotici, stomatite, febbre ed altre amenità), poi affronto il discorso: ricordo loro i miei precedenti problemi di salute, spiego che la malattia è peggiorata e che le cure richieste hanno una serie di effetti collaterali. La reazione di Ilaria è pronta: ”Devono cambiarti le medicine, le medicine devono far star bene, non male!!!”
Spiego come funziona la cura, hanno i visi attenti, assorti, forse un po’ spaventati ma certo si sforzano di capire. Chiedo il loro aiuto, mi scuso se non potrò essere efficiente come il solito e loro nel periodo seguente si danno da fare per consentirmi di stare seduta in cattedra durante le lezioni, si controllano a vicenda per permettermi di non affaticare la voce, fanno cordone sanitario per non attaccarmi il raffreddore, mi mandano messaggi e bigliettini quando devo assentarmi.
Sono una forza, una passione, un raggio di luce. Vado con loro per tre giorni in gita, le colleghe cercano di evitarmi le fatiche maggiori. Li vedo così felici di passare questo tempo insieme, così fiduciosi, così pieni di vitalità che mi sforzo di esserci il più possibile. E loro mi ripagano in mille modi, anche con qualche sana arrabbiatura.

E ancora una volta il sentiero si fa un po’ meno arduo, si rilevano i primi miglioramenti, si passa a terapie meno pesanti, le forze crescono un poco. A volte mi sembra di essere un leone e poi un minimo sforzo mi fiacca, allora scatta l’impazienza, spunta la sfiducia.
Qualcuno mi dice “Va beh, la malattia è cronica. L’importante è che lo resti per tanto, tanto tempo.”
Ohibò, non l’avevo ancora vista sotto questa luce
Un’estate che non è la solita estate, dentro e fuori dall’Istituto per le terapie, vacanze soggette al ritmo delle cure, scatti di impazienza e momenti di dolcezza.
Ho imparato ad essere più onesta con i miei, a dire più spesso quando una cosa non mi va o quando non ce la faccio. Anche mio marito rende più visibili i suoi stati d’animo, più con i gesti che con le parole, ed il nostro rapporto cresce e si consolida. Mia figlia è sempre presente, vicina, mi esorta spessissimo a far valere le ragioni del mio star male, a chiedere, anzi a pretendere attenzione, ad occuparmi di me stessa prima di tutto, a non vergognarmi dei miei limiti.
Nonostante tutto riusciamo a trascorrere qualche settimana in giro con il nostro camper e a divertirci un po’. Poi si torna a casa, lavoro, impegni.
Tutti mi dicono che mi trovano bene, non so se la cosa mi faccia piacere o paura. E questi benedetti capelli che crescono così piano. Durante l’estate ho preso il coraggio a due mani e me ne sono andata in giro senza parrucca. Ho imposto però la censura preventiva su tutte le foto.
Rientro a scuola e per due giorni mi arrovello su come presentarmi, alla fine decido di andarci così. Gli adulti fanno complimenti sul mio aspetto e sul Taglio che mi dona, i miei ragazzi sono sinceri. Alessandro mi squadra e domanda perché mai mi sono tagliata i capelli a questo modo, spiego l’effetto dei farmaci e la ricrescita. Si informano della mia salute, speranzosi chiedono se ora non dovrò più assentarmi, concludono “Non ci piaci tanto sai pettinata così, ma se vuol dire che stai meglio, va bene lo stesso. Ci abitueremo”
La prova del nove è un piccolo di prima che nel vedermi passare per l’atrio mi saluta con un sorridente “ciao pelatina”. Riesco a riderci sopra.

Penso a una collega che sostiene che queste esperienze non ci arricchiscono, ma si mangiano parte di noi. Per lungo tempo non ho saputo se avesse ragione o torto.
L’altalena di ansia e paura, il nuovo rapporto con la fine della vita, la sofferenza, la consapevolezza, il difficile percorso verso l’accettazione, la scoperta che la “passione” per qualcuno o verso qualcosa è indispensabile per andare avanti, mi fanno pensare, oggi, che abbia torto
Sono più ricca? Sono più grande?
Certo che ad ogni round perdo e ritrovo un po’ di me. Mi scopro e cresco, mi spavento e regredisco, mi piaccio e mi detesto.
Come sarò alla fine?

Fonte: www.qlmed.org


Arielle Essex

Coaching dal Cuore

Il coraggio e la scelta di rinascere alla vita con l’aiuto della PNL


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Coaching dal Cuore è un metodo per defi nire gli obiettivi ricominciando da dentro di noi, dai nostri valori, dalla nostra missione personale, scoprendo e seguendo ciò che per ognuno di noi è veramente importante.
Nella maggioranza dei casi:
• formulare l’obiettivo in modo appropriato prima di mettersi all’opera,
• identifi cando bene le risorse necessarie
• ed elaborando un piano d’azione accurato,
è un’abitudine che aumenta enormemente le possibilità di riuscita dei progetti che si desidera realizzare.
Ma è insuffi ciente!
Con questo libro Arielle Essex ci aiuta ad arricchire la nostra capacità di lavorare sugli obiettivi con qualcosa di molto importante, un “dettaglio” che ci metterà al riparo dai rischi di diventare troppo tecnici, troppo effi cienti, troppo freddi, troppo… bravi.
Ci fornisce infatti intuizioni su:
• come formulare i nostri obiettivi e, contemporaneamente, essere tolleranti con noi stessi e con gli altri;
• ci assiste nel risolvere le nostre paure e i nostri dubbi, conoscendoli e accogliendoli in quanto parte di noi, piuttosto che ingaggiando una battaglia contro di loro per distruggerli.

Mi darà la Felicità?

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Ogni giorno ci troviamo ad affrontare varie situazioni che impongono una scelta e, nonostante gli sforzi, spesso non prendiamo la soluzione che sappiamo essere “buona per noi”. Questo accade in parte perchè la “scelta giusta” è sovente la più difficile e ci costringe a sacrificare in certo grado il nostro piacere.
Nel corso dei secoli uomini e donne si sono sforzati di chiarire quale ruolo il piacere dovesse svolgere nella loro vita: innumerevoli filosofi, teologi e psicologi hanno analizzato il nostro rapporto con questa sensazione. Nel terzo secolo a.C., Epicuro basò il proprio sistema etico sull’audace concetto che “il piacere sia l’inizio e la fine della vita felice“. Ma anch’egli riconobbe l’importanza del senso comune e della moderazione, e osservò come il farsi prendere in
maniera incontrollata dai piaceri sensuali producesse a volte dolore anzichè gioia. Negli ultimi anni dell’Ottocento, Sigmund Freud si dedicò all’elaborazione di una teoria del piacere e concluse che la fondamentale motivazione alla base dell’intero apparato psichico è il desiderio di alleviare la tensione causata da pulsioni istintuali inappagate; a suo avviso, insomma, noi siamo motivati dalla ricerca del piacere.
Ovviamente, nessuno di noi ha bisogno degli antichi filosofi greci, degli psicoanalisti ottocenteschi o degli scienziati odierni per capire che cosa sia il piacere. Sappiamo cos’è quando lo proviamo.
Comprendiamo cos’è quando la persona amata ci accarezza o ci sorride, quando ci concediamo il lusso di un bagno caldo in un freddo pomeriggio piovoso o quando contempliamo la bellezza di un tramonto.
Ma molti provano piacere anche nella frenesia indotta da una linea di cocaina, nell’estasi dello sballo da eroina, nello stordimento della sbornia alcolica, nella gioia di sfrenate imprese sessuali o nell’euforia di un colpo di fortuna a Las Vegas. Anche questi sono piaceri assai reali, con cui molta gente, oggi, è costretta a fare i conti.
Benchè non vi siano sistemi facili per evitare simili godimenti distruttivi, abbiamo il vantaggio di conoscere il punto di partenza: ricordarci che quel che cerchiamo nella vita è la felicità. Come osserva il Dalai Lama, questo è un dato di fatto incontrovertibile. Se affronteremo le nostre scelte di vita tenendo a mente tale concetto, faremo meno fatica a rinunciare alle cose che, pur dandoci una soddisfazione momentanea, a lungo andare ci danneggiano. Il motivo per cui è spesso così difficile dire “un semplice no” è da ricercarsi in quel monosillabo: il “no” è infatti associato all’idea di dover rifiutare a se stessi qualcosa, di dover compiere una rinuncia e privarsi di qualcosa.
Ma forse l’approccio migliore è reinquadrare qualsiasi decisione chiedendosi: “Mi darà la felicità?”.
Questa semplice domanda rappresenta un prezioso strumento, perchè può aiutarci a gestire tutti i settori della vita, non solo a decidere se dobbiamo indulgere alla droga o concederci una terza fetta di torta alla banana. Ci consente infatti di osservare le cose con un’ottica nuova. Se affronteremo le decisioni e le scelte quotidiane con quella domanda in mente, sposteremo il fulcro dell’attenzione da ciò che neghiamo a noi stessi a ciò che cerchiamo: la vera felicità, che, come dice il Dalai Lama, è stabile e durevole.

di Dalai Lama



Bernard Baudouin

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Le scelte di ogni giorno

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Ogni giorno ci troviamo ad affrontare varie situazioni che
impongono una scelta e, nonostante gli sforzi, spesso non prendiamo
la soluzione che sappiamo essere “buona per noi”. Questo accade in
parte perchè la “scelta giusta” è sovente la più difficile e ci
costringe a sacrificare in certo grado il nostro piacere.
Nel corso dei secoli uomini e donne si sono sforzati di chiarire
quale ruolo il piacere dovesse svolgere nella loro vita: innumerevoli
filosofi, teologi e psicologi hanno analizzato il nostro rapporto con
questa sensazione. Nel terzo secolo a.C., Epicuro basò il proprio
sistema etico sull’audace concetto che “il piacere sia l’inizio e la
fine della vita felice
“. Ma anch’egli riconobbe l’importanza del
senso comune e della moderazione, e osservò come il farsi prendere in
maniera incontrollata dai piaceri sensuali producesse a volte dolore
anzichè gioia. Negli ultimi anni dell’Ottocento, Sigmund Freud si
dedicò all’elaborazione di una teoria del piacere e concluse che la
fondamentale motivazione alla base dell’intero apparato psichico è il
desiderio di alleviare la tensione causata da pulsioni istintuali
inappagate; a suo avviso, insomma, noi siamo motivati dalla ricerca
del piacere.
Ovviamente, nessuno di noi ha bisogno degli antichi filosofi greci,
degli psicoanalisti ottocenteschi o degli scienziati odierni per
capire che cosa sia il piacere. Sappiamo cos’è quando lo proviamo.
Comprendiamo cos’è quando la persona amata ci accarezza o ci sorride,
quando ci concediamo il lusso di un bagno caldo in un freddo
pomeriggio piovoso o quando contempliamo la bellezza di un tramonto.
Ma molti provano piacere anche nella frenesia indotta da una linea di
cocaina, nell’estasi dello sballo da eroina, nello stordimento della
sbornia alcolica, nella gioia di sfrenate imprese sessuali o
nell’euforia di un colpo di fortuna a Las Vegas. Anche questi sono
piaceri assai reali, con cui molta gente, oggi, è costretta a fare i
conti.
Benchè non vi siano sistemi facili per evitare simili godimenti
distruttivi, abbiamo il vantaggio di conoscere il punto di partenza:
ricordarci che quel che cerchiamo nella vita è la felicità. Come
osserva il Dalai Lama, questo è un dato di fatto incontrovertibile.
Se affronteremo le nostre scelte di vita tenendo a mente tale
concetto, faremo meno fatica a rinunciare alle cose che, pur dandoci
una soddisfazione momentanea, a lungo andare ci danneggiano. Il
motivo per cui è spesso così difficile dire “un semplice no” è da
ricercarsi in quel monosillabo: il “no” è infatti associato all’idea
di dover rifiutare a se stessi qualcosa, di dover compiere una
rinuncia e privarsi di qualcosa.
Ma forse l’approccio migliore è reinquadrare qualsiasi decisione
chiedendosi: “Mi darà la felicità?”.
Questa semplice domanda
rappresenta un prezioso strumento, perchè può aiutarci a gestire
tutti i settori della vita, non solo a decidere se dobbiamo indulgere
alla droga o concederci una terza fetta di torta alla banana. Ci
consente infatti di osservare le cose con un’ottica nuova. Se
affronteremo le decisioni e le scelte quotidiane con quella domanda
in mente, sposteremo il fulcro dell’attenzione da ciò che neghiamo a
noi stessi a ciò che cerchiamo: la vera felicità, che, come dice il
Dalai Lama, è stabile e durevole.

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