Libertà e Amore: metodo Montessori

Libertà e Amore metodo Montessori-crescere-leggendo

“Si è fatta molta strada e in giro si vedono molti genitori affettuosi e consapevoli.
Anche la conoscenza scientifica del mondo infantile ha fatto molti passi avanti.
Ma nella nostra cultura nel suo insieme mi pare che siamo ancora lontani dal capire appieno rispettare il bambino i suoi tempi,
il suo modo di ragionare, il suo ritmo di sviluppo la sua curiosità e il suo senso di meraviglia.”
Elena Balsamo

Mi risulta difficile sintetizzare e tradurre l’energia che è trasmessa pagina dopo pagina nel libro “Libertà e Amore” di Elena Balsamo e che approfondisce il metodo Montessori.

Infatti l’autrice, oltre a parlarci di come viene applicato il metodo, dell’utilizzo dei materiali didattici volti al coinvolgimento di più sensi per lasciare che il  bambino “scopra” cio’ che vuole apprendere, della presenza di scuole Montessori in tutto il mondo, ci ha con passione accompagnati nella visione di Maria Montessori, che volge lo sguardo al bambino come ad un fiore che deve sbocciare, come ad un uccello le cui ali deve spiegare in volo, dove l’unico e fertile terreno per il dono dell’amore è la liberta’.

“Rispetto, fiducia, liberta’ e amore:
queste sono le fondamenta di una casa sicura,
da cui si puo’ partire per avventurarsi nel mondo (…)
La vita reale è in continuo mutamento,
in continua trasformazione, è un’avventura:
bisogna sapersi adattare,
saper essere elastici per poter viverla al meglio (…)
Una forte volontà e uno spirito equilibrato sono
il risultato non di un addestramento di tipo militare
ma di una vita interiore sviluppatasi normalmente seguendo
le leggi che regolano l’intero universo.”

Elena Balsamo parla al lettore dell’importanza dell’ordine: “un posto per ogni cosa e ogni cosa al suo posto”, una legge naturale, il principio che regge l’intero universo.
Dell’importanza dell’educazione sensoriale:

i bambini dipendono fondamentalmente dalla possibilità di sviluppare il loro potenziale creativo e questo è  strettamente collegato con l’espressione del potenziale dei loro sensi.
Del rispetto dei tempi di ogni bambino.
Dell’educazione cosmica: occorre dare al bambino una visione ampia dell’universo, fargliene sentire il respiro, gustarne la bellezza attraverso tutti i sensi: di qui nascerà in lui un senso di ammirazione per la vita e per l’umanità.
Dell’importanza del silenzio, assoluto equilibrio di corpo, mente e spirito.
La sua profonda presentazione e’ stata accolta da un pubblico molto interessato di una sessantina di persone, molte delle quali hanno apportato il loro contributo con interventi accorati e di grande consapevolezza.

Per tutti i genitori, futuri tali, di esperienza pluriennale, insegnanti, zii, chiunque sia semplicemente interessato a migliorare la propria condizione di vita e quella della società in cui vive. Un libro che apre alla riflessione, all’introspezione e che offre una lettura del mondo dell’infanzia nel modo più naturale e sensibile che ci sia.

Elena Balsamo, pediatra, specialista in puericultura, tre volte mamma, si occupa da anni di pratiche di maternage nelle diverse culture.

Concludo con questa citazione che fa riflettere molto..
L’età più importante per l’uomo è dalla nascita ai due anni“.
Dovremmo ricordare che, in questo periodo più che mai, “ogni nostro atteggiamento nel trattare il bambino non si riflette soltanto su di esso, ma nell’adulto che ne risulterà.

 

Libertà e Amore
L’approccio Montessori per un’educazione secondo natura

Voto medio su 9 recensioni: Da non perdere

Determinati si vince

Il potere della determinazione è fortissimo, ci aiuta a resistere alla sconfitta e a diventare persone migliori.

Ci sono momenti, nella vita, in cui tutto ciò che vorremmo fare è arrenderci al destino.
Forse siamo stanchi di qualcosa che continua a non funzionare, forse non riusciamo a trovare una via d’uscita, forse siamo annoiati, o distratti, o forse siamo straziati dalla disperazione. Quale che sia il motivo, ci sono momenti in cui non abbiamo più la forza per andare avanti o l’energia per portare a termine qualcosa. Resistere allo sconforto significa imparare ad affrontare e a superare i tempi più duri e a diventare persone migliori.
È la determinazione a farci superare le situazioni difficili che tutti, prima o poi, incontrano. È la determinazione che ci permette di affrontare un funerale in cui tutti provano pena per noi, che ci fa andare avanti fino a quando non riusciamo a fare i conti col nostro dolore e ricominciamo a vivere. È la determinazione che fa funzionare una dieta: la volontà di seguirla fino in fondo, anziché rinunciare. È quello che ti ha permesso di parlare una lingua straniera. Il numero di persone che inizia a studiare una lingua per poi rinunciare è astronomico, eppure la maggior parte finiscono col mollare. Il fatto è che queste persone non si sentono motivate a continuare.
La maggior parte delle persone si racconta che sarà facile.

Il segreto consiste nel guardare al futuro.
È fondamentale apprendere a superare le convinzioni inappropriate, quelle che si stanno rivelando non utili o addirittura dannose, così da poter cominciare a credere nelle cose giuste e a sviluppare nuovi modi di pensare al mondo e al proprio futuro.

Tratto da Vivi la Vita che Desideri con la Pnl

Vivi la Vita che Desideri con la Pnl
Le nuove tecniche del genio della pnl per migliorare la tua vita personale e professionale

Da non perdere

Ricco di esercizi ed esempi presi dalla vita quotidiana, Vivi la vita che desideri con la PNL vi insegnerà in modo divertente e coinvolgente che cosa fare per raggiungere i vostri obiettivie, soprattutto, come farlo. Mettete in pratica i suggerimenti offerti da Bandler e vi accorgerete che la vostra vita comincerà fin da subito a muoversi in direzione dei vostri desideri, dei vostri sogni.

Come è possibile:

  • Superare i problemi di tutti i giorni nel modo più efficace?
  • Essere più felici?
  • Gettarsi definitivamente alle spalle i brutti ricordi?
  • Progettare e quindi ottenere un futuro ricco di risultati e gratificazioni?
  • Affrontare con la giusta attitudine le sfide personali e professionali?
  • Gestire le relazioni in modo sempre più soddisfacente?

Come è possibile vivere la vita che desideriamo? Le risposte in questo libro straordinario.

Un’opera per tutte le persone che desiderano costruire giorno per giorno una vita migliore per se stessi e per le persone che ci circondano. Personalmente, è uno dei libri di Richard che preferisco, perché è come uno scaffale colmo di strumenti da prendere subito in mano per generare cambiamenti positivi in noi stessi e negli altri. Leggendo Vivi la Vita che Desideri con la Pnl tutti abbiamo la possibilità di farlo, da oggi stesso!
Claudio Beloni, Master Trainer di PNL, condirettore della NLP ITALY Coaching School

Le ultime tecniche create direttamente da Richard , il genio creativo della Programmazione Neuro-Linguistica, per rendere la vostra vita più felice, gratificante e, perché no, più divertente. Quel che ci insegna Bandler è “semplicemente” il modo in cui assumere il controllo della mente e farla lavorare a nostro favore, abbandonando abitudini e comportamenti improduttivi e indirizzandoci con impeto verso un futuro straordinario.
Antonella Rizzuto, Coach e Mentore della NLP ITALY Coaching School

Gli strumenti per cambiare e migliorare la propria vita esistono, sono semplici da mettere in pratica e, cosa più importante, funzionano davvero. Dove trovarli? In questo libro meraviglioso di Richard . Vi consiglio di cuore di leggerlo e di mettere subito in pratica le tecniche che imparerete. I risultati supereranno le vostre aspettative.
Carlo Raffaelli, Coach e Trainer di PNL

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Qual è lo scopo della vita?

L’infinito potere che è in te

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Qual è lo scopo della vita? Ottenere da essa il maggior grado di perfezione,

imparare a vivere in modo che ogni domani sia atteso con la certezzza

che sarà ancora più pieno di gioia del giorno che stiamo vivendo.

Lo spirito ha doni immensi e la natura attorno a noi, piante, animali e pietre comprese, sono la materializzazione della grandezza della Mente Infinita. Noi tutti siamo parte di questi doni. Anzi, siamo un dono noi stessi!

La consapevolezza di questa unione è il primo gradino che è necessario compiere per utilizzare correttamente e consciamente le potenzialità che ci sono offerte. Infatti possiamo attingere a questo potere che ci circonda e che permea il nostro stesso essere per innalzare il nostro spirito e raggiungere la piena realizzazione.

Imparare ad utilizzare i doni dello Spirito permette di scoprire il mistero che conduce alla salute perfetta, alla felicità più pura, alla ricchezza interiore ed esteriore. Prentice Mulford ci aiuta a cambiare ciò che abbiamo sempre pensato di noi e contemporaneamente cambiare la nostra vita.

Nulla è impossibile per lo spirito e questo libro ci fornisce gli strumenti per riconoscere i doni e farne uso quotidianamente.


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Noi siamo quello che pensiamo di essere

Pensiero Positivo: Pensiero Nuovo?
Quella corrente di pensiero spirituale che oggi viene chiamata Pensiero Positivo e che sta travolgendo vecchie credenze, materialismo, pregiudizi, dogmi, superstizioni, in realtà è il più vecchio pensiero esistente. Si può rinvenirlo infatti tanto negli scritti dei mistici che in quello dei poeti.
Fin dai tempi più antichi gli scrittori illuminati hanno divulgato frammenti di verità nascosti fra le righe di scritti di vario genere sapendo che chi era in grado di capire avrebbe compreso, mentre il resto dell’umanità non avrebbe nemmeno sospettato la natura degli insegnamenti nascosti fra le righe.
Questo vale tanto per testi sacri di ogni religione quanto per scrittori antichi e moderni quali Dante, Shakespeare, Bacone, Pope, Browning, Emerson, Whitman, Carpenter.

Questo “Pensiero Nuovo” agisce in nome di tutto ciò che serve a migliorare l’essere umano, comunica fiducia in sé stessi, libertà, salvezza, amore per il prossimo, sviluppa forze latenti, dà sicurezza, progresso, salute e vita, insegna a porre al bando paure e superstizioni. Chi lo abbraccia trova dentro di sé quello di cui ha bisogno. Alcuni scettici ritengono che il Pensiero Positivo sia una delle tante mode passeggere che, periodicamente si presentano sulla cresta dell’onda cavalcata dai media, ma non dobbiamo farci fuorviare. Chi, uomo o donna, si aprirà ai veri principi su cui si fonda, troverà quella pace, quella sicurezza interiore, quella gioia profonda che difficilmente può essere espressa a parole, occorre infatti viverla, sentirla, per afferrarla in tutta la sua pienezza.

Con il Pensiero Positivo una persona può rinnovare completamente la propria struttura mentale coltivando una certa serie di pensieri e lasciando che essi si introducano nel subconscio che può essere considerato come un bimbo, capace cioè di essere plasmato secondo la nostra volontà. Naturalmente per far questo occorre volontà e perseveranza.

L’uomo può liberarsi dalla Paura?
Essere padroni del pensiero non consiste semplicemente nel saperlo concentrare e approfondire. Bisogna anche sapersi liberare dai pensieri inopportuni e ignobili. Tutti i pensieri negativi che si trovano più frequentemente nella mente degli esseri umani sono generati dalla paura, che provoca sentimenti come odio, preoccupazione, ansia, gelosia, invidia, ira.
Per chi vuole acquisire la vera libertà essa è l’ostacolo più difficile da sormontare, paralizza anche ogni tentativo di superare lo stadio del dubbio in cui ogni essere umano si imbatte quando si trova a compiere un atto importante per la sua esistenza.
Se noi riuscissimo a mantenere uno stato interiore di serenità, di calma, di fiducia in ogni situazione difficile della nostra vita, di fronte a qualsiasi avvenimento, anche grave, così da poterli affrontare con coraggio, lucidità e soprattutto con perfetta quiete emotiva, probabilmente potremmo evitare la maggior parte dei nostri malesseri fisici. Tuttavia questa “quiete emotiva” rappresenta un traguardo da raggiungere dopo una serie di maturazioni e di superamenti.

L’uomo può liberarsi dalla Paura? Certamente, perché con la volontà egli riesce sempre in tutto, gli basta ignorarla, estraniarla dalla sua struttura mentale, non considerarla. L’individuo che ha coscienza di sé stesso e sa di essere collegato con l’Universo, abbandona per sempre il sentimento della paura. Deve aver fede nella sua forza, nella sua potenza, nel suo destino, fede nella sua capacità di essere inserito nel Tutto e come tale costruttore della sua esistenza e quella dei suoi simili. Fede nell’operare della Legge Universale e coraggio nell’agire secondo i canoni di quella Legge.

La Legge dell’Attrazione
Sapere quello che un essere umano pensa lo si può dedurre da come agisce e da quale sia il suo stato di salute. Noi siamo infatti quello che pensiamo di essere, siamo come pensa il nostro cuore.
Colui o colei che è riuscito ad allontanare da sé i pensieri negativi, inviando intorno a sé soltanto amore, si vedrà ricolmare da ogni dove di pensieri affettuosi e tranquilli, mentre tutti quelli negativi gli passeranno a fianco senza sfiorarlo, in cerca di una mente più predisposta. E’ altrettanto vero che chi invece si lascerà andare a pensieri sfiduciati, dubbi e smarrimenti diverrà come una calamita capace di attrarre solo forze negative. E’ per questo che alcune persone si attraggono istintivamente.
Tutti subiamo l’influsso dei pensieri altrui: al cinema, al teatro, alla Tv, in ufficio, in chiesa….…basta l’onda-pensiero concentrata di uomini di grande forza mentale perché l’opinione pubblica venga influenzata.
E’ quindi opportuno fare molta attenzione a ciò che si legge, si vede, si ascolta ed anche sapersi circondare da persone a noi affini poiché in questo modo c’è uno scambio vicendevole che accresce il potere di tutti e preserva, entro certi limiti, da deleterie influenze esterne.

Si guarisce soltanto se si vuole guarire
Ogni metodo di cura naturale ha il proprio modo di risolvere i casi secondo le idee sulle quali è basato ma tutte le scuole tendono allo stesso fine, cercano cioè di applicare e mettere in azione il potere meraviglioso della mente sul corpo.
Il miglior metodo sta nel convincersi che siamo immuni da qualsiasi forma di malattia o che, tramite le nostre facoltà mentali, possiamo ovviare a qualsiasi disturbo di ordine fisico che si presenti.
Prepararsi quindi anticipatamente ad affrontare i disturbi e guarirci tramite la mente e la volontà. A volte comunque, quando si è ridotti ad un livello tale di sfiducia verso sé stessi, la mente così indebolita da sola non ce la fa a trovare dentro di sé questa forza per combattere la malattia. In questa circostanza ci si rivolgerà ad un aiuto esterno, ad un terapeuta che gradualmente desterà nella nostra mente quella forza latente che ci permetterà poi di proseguire da soli, contando sulle nostre capacità interiori. Il pensiero del terapeuta può avere molta parte nel processo di guarigione, può dirigere le forze e le energie che debellano o disperdono la malattia. Tale processo deve essere assecondato dalla visualizzazione, dall’uso di certe forze specifiche e adatte. A tutto ciò occorre aggiungere la capacità di stabilire il rapporto con il paziente e un cuore che sappia amare.

Gli esseri umani, con l’uso continuato della meditazione e della concentrazione, possono cercare di risvegliare alcune delle facoltà supercoscienti per avvalersene con enorme vantaggio. Tuttavia soltanto quando gli individui saranno pronti per queste nuove facoltà le potranno raggiungere perché solo così si eviterà un uso sbagliato. Chi vuole raggiungere facoltà psichiche elevate deve essere puro di mente e di cuore.
Col l’uso del pensiero positivo l’individuo si è reso conto che la sua mente può essere manovrata secondo le sue disposizioni ed essere plasmata a suo piacimento. Se si prefigge uno scopo, se vuol raggiunger una meta, gli basta mettere in azione il pulsante della volontà.
Ad ogni modo, non sempre conviene volere una cosa determinata poiché essa potrebbe non essere la più adatta al nostro attuale stadio di sviluppo mentale ed evolutivo.
E’ meglio quindi sperare, volere e dedicarsi all’idea del successo finale, lasciando che i particolari si svolgano da soli giorno per giorno, sempre certi che tutto ciò che avviene concorre alla nostra meta ultima. Non ci dobbiamo spaventare per le complicazioni che possono sorgere, non sempre la via che la “Legge” sceglierà sarà la più dritta. Condizione essenziale però è la fede incrollabile nella Legge Universale che non cessa mai di operare per il nostro bene.

L’abitudine alla felicità
“La misura della sanità mentale è data dalla disposizione a vedere il bene dappertutto”, disse R.W. Emerson.
Anche il vecchio saggio re Salomone migliaia di anni fa disse nei suoi proverbi: “Un cuore felice fa del bene come una medicina, ma un cuore spezzato prosciuga le ossa”.

La medicina psicosomatica ha provato, ad esempio, che lo stomaco, il fegato, il cuore e tutti gli altri organi interni funzionano meglio quando siamo felici.
Come ha affermato il dott. Schindler “l’infelicità è la sola causa di tutti i disturbi psicosomatici e la felicità è il solo rimedio”.
La felicità non è qualcosa da guadagnarsi o da meritarsi, non è una dote morale, è un abito, come dice il dott. Schindler, è “uno stato mentale in cui abbiamo pensieri piacevoli per buona parte del tempo”.
La felicità non è la ricompensa alla virtù, disse Spinoza, ma la virtù stessa.
La felicità non sta nel futuro, ma nel presente, non deve essere condizionata alla soluzione di problemi esterni, la vita è una serie di problemi e se aspettiamo di risolverli tutti prima di essere felici, non lo saremo mai. Se vogliamo essere felici da subito, dobbiamo esserlo per abitudine mentale, non “a causa” di qualcosa.
“Noi non viviamo, speriamo soltanto di vivere, e aspettandoci sempre la felicità in futuro, è inevitabile che non siamo mai felici”, afferma Pascal.
La felicità è un fatto puramente interiore, non è un prodotto degli oggetti, ma delle idee, dei pensieri. Non capita a caso, ci si può allenare ad essere felici. E’ questione di scelta, di attenzione, di decidere quali pensieri sono nella nostra mente. Ci si può servire anche del metodo che consiste nel formarsi una impressione mentale creativa, nel farne esperienza concreta attraverso l’immaginazione e nel dar vita a nuove reazioni mentali “eseguendo e “agendo come se”. “La maggior parte delle persone è felice nella misura in cui hanno deciso di esserlo”, disse Abraham Lincoln.
Il consueto modo di pensare alla felicità degli esseri umani è: “Siate buoni e sarete felici”, oppure diciamo a noi stessi: “Sarei felice se avessi successo e buona salute”. Sarebbe invece più opportuno cominciare ad affermare: “Siate felici, e sarete buoni, avrete maggior successo e godrete di una salute migliore”.

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Gesti e parole

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Inseparabili il gesto e la parola

Le ricerche dimostrano che quando archiviamo il nome di un oggetto e di cose  concrete, attiviamo sì l’area linguistica, ma anche quella motoria

Marco Pacori

CHI non conosce uno di quegli individui che possiedono una gamma di espressioni che va dal cipiglio allo sguardo glaciale … e di poche parole? E chi non si è sentito una volta o l’altra nella vita così teso e impacciato da non trovare niente da dire o non sapere come rispondere?
Cosa hanno in comune questi due esempi? L’assenza o la rarità dei gesti. Da quanto è emerso da uno studio in corso di pubblicazione di Robert Krauss e Ezequiel Morsella della Columbia University di New York, parlare fluentemente, in modo colorito, avere la battuta pronta è legato all’espressività e alla quantità dei gesti che facciamo durante il dialogo. E sembra che ora se ne siano individuate anche le basi neurologiche.

Si suppone da tempo che il linguaggio abbia avuto origine dai gesti e le osservazioni sull’acquisizione della parola sembra avallare questa ipotesi; solo in tempi recenti ci si è accorti che l’espressione verbale ha tutt’altro che soppiantato i gesti e che proprio questi ultimi sono parte integrante della facoltà di parlare con proprietà e scorrevolezza.
Una delle prime osservazioni al riguardo la si deve allo psicologo Bernard Rimé dell’Università di Louvain in Belgio che ha notato come quando nel dire qualcosa si gesticoli, il movimento anticipa sempre la parola. In un recente studio in cui i soggetti erano immobilizzati, si è constatato come questi ultimi, parlando, avesserò difficoltà ad esprimersi e provassero molto spesso la sensazione di avere una “parola sulla punta della lingua”. Un indagine in cui era stato impedito ai partecipanti di muoversi hanno dimostrato come l’eloquio diventi più povero, più “insipido”, l’articolazione delle parole appaia più stentata e aumentino gli errori di pronuncia.
Sempre nella stessa ricerca è stato messo in luce che numero e ostentazione nei gesti cambiano in relazione all’argomento di conversazione: sono minori quando si ci riferisce a un concetto astratto; per contro, sono più vivaci ed espressivi mentre si descrivono scene, azioni o  oggetti concreti. Inoltre, se si devono illustrare gli aspetti spaziali di qualcosa e si è impossibilitati o inibiti ad usare dei gesti, il discorso risulta più impreciso e meno particolareggiato.

Il nuovo studio di  Krauss e Morsella, psicologi alla Columbia University a New York, sul rapporto tra linguaggio e gesti ha gettato nuova luce sull’argomento. I due ricercatori  avevano applicato all’estremità superiore destra dei soggetti seduti degli elettrodi che danno modo di registrare la presenza di tensione muscolare. Ai partecipanti venivano quindi lette delle definizioni di utensili, cose e idee e veniva chiesto loro di dire il nome di ciò a cui ci si riferiva.
Dall’esame delle risposte e dal confronto con gli elettromiogrammi, i ricercatori hanno osservato che i termini concreti suscitavano una maggiore contrazione nei muscoli dell’arto dominante. Per altro, è stato anche constatato che, benché tensione e movimento dell’altro braccio non fossero misurati, anche questo veniva mosso assieme alla mano e che i movimenti erano tuttal’altro che scomposti: anzi, erano realizzati in modo tale da fornire una raffigurazione plastica del termine cercato oppure dei movimenti che si fanno nell’afferrarli o nel farne uso; così ad esempio, nell’atto di recuperare il nome “pianura”, i soggetti muovevano la mano a raggera e nel ricordare il termine “spiedo”, eseguivano una rotazione con il pugno semichiuso.

Per spiegare queste relazioni, gli autori hanno abbracciato la tesi elaborata dall’equipe di neurologi dell’Università Cattolica di Roma, capitanata da Gainotti: sulla base di osservazioni su individui che avevano subito danni cerebrali, questi studiosi ritengono verosimile che quando apprendiamo il significato di un oggetto, lo archiviamo nella memoria assieme alle azioni e alle contrazioni muscolari che compiamo usandoli o che eseguiamo per comprenderne il funzionamento.

Così, quando ci troviamo a richiamare a mente il suo nome, recuperiamo in realtà l’intero complesso di informazioni ad esso legate. In altre parole, si attivano non solo l’area linguistica del cervello, ma anche quella motoria e premotoria dove immaganizziamo le sequenze di azioni fra loro coordinate. La evocazione nel cervello del movimento  metterebbe automaticamente in moto i muscoli e ci spingerebbe ad accennare per lo meno parte della sequenza; questa, a sua volta, diverrebbe un “spunto” per ricordare il nome dell’attrezzo o dell’oggetto.

Per quanto riguarda il recupero dei nomi di cose concrete si attiverebbe, invece, l’area di integrazione sensoriale (in questo caso, tra il senso del tatto e la vista). Semplificando, possiamo dire che per capire meglio la struttura o i rapporti spaziali di  qualcosa è come se passassimo una mano immaginaria su una sorta di suo “modellino”; in questo modo, oltre a vedere differenze in altezza, angoli e avvallamenti, sentiremmo anche le dimensioni tattili corrispondenti, cioè rilievi, spigoli o infossature:  invieremmo poi il tutto nella memoria assieme al nome della cosa … al momento della sua “rievocazione”, adotteremmo quindi un processo analogo a quello indicato per il ricordo dei nomi di oggetti .

Introduzione alla comunicazione multimodale

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A ognuno di noi sarà capitato, parlando con qualcuno, di pensare “c’è qualcosa che non mi convince nella sua voce”, o “ha fatto un gesto eloquente”, o “il suo sguardo esprimeva tutta la sua disapprovazione”. Questi messaggi che dicono più delle parole ci arrivano da altre parole, a volte impercettibili, del corpo. In realtà, siamo tutti poliglotti: parliamo con le mani, gli occhi, il viso, i movimenti e le posture, il contatto fisico. Ma se da millenni si compilano dizionari e grammatiche, perché non studiare anche le “parole del corpo”, perché non cercare, di questi sistemi di comunicazione, il lessico e l’alfabeto?

Questo libro spiega come fare un “gestionario”, un “occhionario” e un “tocconario” – lessici dei gesti, dello sguardo e del toccare. Oltre a studiare questi segnali singolarmente, è intrigante vedere come interagiscono in ogni atto comunicativo: in talk show e lezioni di scuola, dibattiti elettorali e sedute di logopedia, processi e film comici. A volte i messaggi si confermano a vicenda, a volte si contraddicono: dici che mi ami ma sento che mi respingi; mi sgridi, ma in modo bonario. E allora la multimodalità è strumento per i messaggi indiretti e contraddittori, per l’inganno, lo scherzo, l’ironia.

La vita ci chiama

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La Vita ci chiama. Continuamente, costantemente, alacremente. E soprattutto, nei modi e nei tempi più disparati e impensati. Perché è Lei che decide.

E a noi spetta restare attenti, vigili, sensibili alle sue più impercettibili manifestazioni, così come alle invocazioni più roboanti.

C’è chi conosce il suo partner nella controparte di un incidente stradale, chi approda ad un lavoro socialmente utile, a causa di un licenziamento in tronco, dopo anni di sotterfugi, chi ricomincia ad apprezzare le piccole, grandi cose della quotidianità dopo essere stato in pericolo di vita.

Ma la Vita ci sollecita all’appello anche con quei malesseri psicoemotivi che spesso cerchiamo di sedare sul nascere con il tranquillante, la pastiglietta, l’antidepressivo, o l’antidolorifico. Come se una sofferenza dell’anima possa essere ammutolita con rimedi infinitesimali e istantanei.

Il dolore richiede ascolto, comprensione, compassione, cura, intesa come amorevole presa a cuore. L’insoddisfazione, la frustrazione, la rabbia, ogni singola manifestazione che turba quel sottile, fragile equilibrio che devia dalla condizione di ben-essere, deve essere presa in esame. Accolta, accettata, compresa, lasciata andare. E’ solo andando alla radice, scovando il lato nascosto, spesso simbolico, di ogni singolo messaggio, che si può decodificare e dare un senso a quel che la Vita ci sussurra.

Siamo stati abituati fin da piccolo a porci obiettivi, mete ambiziose, agire di continuo, piegare la realtà per ridurla a nostra immagine e somiglianza. Giochiamo a chi grida più forte. In tutto questo processo, però, si è scivolati nel pericoloso estremo di non considerare che, in realtà, un’ampia quota di Vita ci sfugge dalle mani e da qualsivoglia forma di previsione e di controllo. E questo ci scotta. Proprio a noi che abbiamo inventato le previsioni meteo valide per giorni e giorni, i navigatori satellitari che in tempo reale indicano le strade interrotte e le condizioni del traffico.

Spesso la Vita disorienta, e non c’è bussola che tenga.

E allora torna prepotentemente a farsi largo la necessità di ascoltare, quei sottili spesso flebili segnali, specie se si continuano ad urlare i propri ‘no’, i ‘voglio’, ‘desidero’, ‘mi spetta’. Arriva un giorno in cui ci si deve mettere da parte e lasciare fare alla Vita, rispetto alla quale si diviene umili servitori.

Che smacco.

Per certi versi è liberatorio: c’è un progetto di Vita per ciascuno di noi. E la responsabilità e la quota di libertà che abbiamo sta in questa adesione, convinta, sentita.

di Anna Fata

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Ciò che siamo abituati a chiamare “malattie”, sono in realtà segnali che ci dicono che qualcosa in noi non va, quindi occasioni per crescere: forse varrebbe la pena di fare un sforzo, mettere in discussione i nostri timori e comprendere realmente la causa profonda del nostro personale malessere.

Pensare bene per stare bene

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Da che cosa nasce l’arte di valorizzare se stessi. Se avessimo ali per sfuggire al ricordo, molti volerebbero abituati a cose più lente, gli uccelli sgomenti scruterebbero l’interminabile schiera di uomini in fuga dalla mente dell’uomo.

Emily Dickinson

Domanda del giorno:

Che cos’è l’arte di valorizzare se stessi?

Esistono alcune situazioni “tipiche” in cui possiamo esercitarla: quando siamo cedevoli e non abbiamo certezze; quando non giudichiamo e siamo aperti al nuovo; quando ci appassioniamo e riusciamo a stare in silenzio; quando sappiamo che cos’è la compassione; quando non abbiamo obiettivi rigidi e prefissati; quando riusciamo a galleggiare nelle cose senza cercare di modificarle a tutti i costi;

quando consentiamo alla tristezza di fluire dentro di noi come un’energia purificante; quando non ripetiamo sempre le stesse cose e non abusiamo della facoltà di giudizio; quando ci siamo liberati della nostra storia.

L’arte di valorizzare se stessi – l’autostima – nasce dalla nostra capacità di vivere nel presente. Una capacità che era particolarmente connaturata all’essenza dell’uomo antico. Noi ci sentiamo molto contemporanei, molto tecnologici, estremamente veloci. Abbiamo perso il piacere della lentezza e il gusto della contemplazione; invece l’uomo “antico” non agiva sulla scorta dei giudizi, ma si lasciava andare, sapeva come abbandonarsi dolcemente nel ventre del mondo.

È questo l’atteggiamento che dovremmo re-imparare da lui: perché l’uomo antico non cerca di cambiare se stesso o gli altri, ma vive nel presente e non si proietta nel futuro né si aggancia al passato; l’uomo antico non si schiera, non si arrocca sulle proprie convinzioni, non sposa dogmi o ideali, ma agisce in maniera del tutto naturale e preferisce l’essere all’avere.

Il raggiungimento di questo stato di “presenza energetica” richiede un lungo percorso, che ci porta ben al di là della nostra esistenza quotidiana, e ci fa comprendere che noi, in realtà, non abbiamo nessuna forma di potere su noi stessi e sul mondo che ci circonda. Perché noi siamo generati a ogni respiro da una forza immanente, che è la stessa che forma L’Universo: non c’è bisogno di fare sforzi, è sufficiente essere.

L’Universo, del resto, è stato creato per l’uomo, è come un grande embrione che cresce con l’uomo. In questa immensa entità caotica e intelligente, la coscienza esisteva fin dall’inizio, ma era oscurata dal suo stesso vortice di creazione.

In maniera speculare anche noi, per ripercorrere quell’iter creativo, dobbiamo cercare di non oscurarci con false credenze e opinioni preformate, lasciando che anche la nostra coscienza affiori e generi un uomo nuovo, libero da maschere e abiti consunti.

Un uomo leggero, capace di volare in alto, finalmente privo di zavorre che lo ancorano a vecchi paradigmi.

Spogliamoci di tempi e aggettivi

Di solito noi tendiamo ad avere una visione quantitativa, se vogliamo “consumistica”, dell’autostima e della felicità. Ci domandiamo per esempio: Quanto sono felice?», ci chiediamo quali e quanti siano stati in passato i momenti in cui abbiamo immagazzinato più benessere.

di rado ci poniamo invece la domanda: Come sono felice?». E ci dimentichiamo che è la qualità di un sentimento che lo rende unico, non la sua consistenza quantitativa ne, tanto meno, la sua visibilità.

La qualità della felicità la rende un flusso creativo, riproducibile all’infinito: una sorta di pietra filosofale allemica che trasforma in benessere tutta la materia con la quale viene messa a contatto.

Consapevolezza è la pietra filosofale di noi stessi: non chiediamoci quanta ne abbiamo, consentiamole semplicemente di agire. I recenti studi di neurofisiologia hanno infatti messo in luce che la struttura biologica del nostro cervello viene modificata non soltanto dalle emozioni e i sentimenti, ma anche dalla normale attività di pensieri.

Tutto ciò in cui noi crediamo, le nostre convinzioni, la nostra visione del mondo, diventano nel cervello “abitudimi” che si materializzano, che si fissano sulla coscienza escludendone molte altre.

Il cervello trasferisce al corpo queste abitudini: per cui non soltanto i mali dell’anima dipendono dalla nostra filosofia di vita, ma anche le patologie somatiche discendono da una distorta attività cerebrale. Molto di questo inutile lavorio della mente, che si affanna ad agganciarsi alle abitudini, è determinato anche da una frequente e pericolosa tendenza a vivere nel passato: ciò che è trascorso e compiuto spesso è visto come un porto sicuro, un punto di riferimento, un patrimonio prezioso da tenersi ben stretto.

In realtà non si pensa che il cervello, questa macchina meravigliosa composta da miliardi di neuroni capace di spazzar via memorie anche molto recenti, può trattenere ricordi invece lontanissimi.

Se noi continuiamo a stimolarlo e incitarlo a questo pesante lavoro di “ripescaggio”, sollecitando la mente a lavorare “all’indietro” e non nel presente, corriamo il rischio di uscire dal presente e di vivere un’esistenza sbilanciata, in cui le energie psicofisiche sono frenate dalle griglie della memoria.

E lo stesso vale per il futuro: come avviene col passato, anche la tendenza a guardare sempre avanti, a fare progetti a lunga scadenza, a porsi obiettivi di lunga durata, ci impedisce di godere della carica energetica dell’oggi.

Per questo dobbiamo ricorrere al pensiero dei saggi e dei maestri che sembrano aver conosciuto meglio di altri il modo migliore per far funzionare il cervello secondo le sue naturali attitudini, e non in base a quelle che assorbiamo dall’ambiente, dalla cultura, dalle mode, dalla psicologia di massa.

A questo punto, possiamo riassumere i consigli da tenere presenti per proseguire sulla via dell’autostima.

Sono considerazioni di vari maestri, antichi e contemporanei che, come vedremo, hanno come finalità quella di ripulire la coscienza dal giogo dei pensieri dominanti, dal pesante fardello dei ricordi e dall’ansia insinuante del futuro, dagli schemi e dalle false credenze.

Cerchiamo di farne dei punti di riferimento della nostra quotidianità, trasformiamoli in suggestioni da ricordare ogni giorno: funzioneranno come “fluidificanti” lungo il cammino che abbiamo iniziato insieme…

● “Più lontano tu vai meno conosci. Senza peregrinare il Saggio apprende”. (LaoTze)

Il grande saggio cinese indica che la conoscenza, la gioia di vivere, la felicità non dipendono dal nostro immergerci nell’esteriorità. La conoscenza è tanto più salutare quanto più ci immergiamo dolcemente dentro noi stessi. Insegnamento tanto più valido in quest’epoca, in cui corriamo da un viaggio all’altro, da un’informazione all’altra. Quando si smette di cercare fuori di sé, cioè negli altri, la soluzione dei loro problemi.

● “Chi desidera non vuole: il desiderio, la paura e il pentimento uccidono la volontà”.

(G. Kremmerz, alchimista)

Sentiamo bene

Il grande alchimista indica una prerogativa fondamentale del cervello: se viene riempito di desideri, di pensieri, di paure, di sensi di colpa la sua capacità di volere, di creare schema, si riduce inesorabilmente. Quando si smette di “ce-rebralizzare”, vale a dire di pensare e ripensare alle cose che si desiderano, la volontà si afferma spontaneamente, e ci si accorge che riesce con estrema facilità a realizzare ciò che cercava.

● “Ogni parola che dici cambia il mondo”.

(Il Rebbe Lubavitch, pensatore)

II grande saggio chassidico indica che: “Noi diventiamo le parole che diciamo a noi stessi e agli altri”. Se ti lamenti, ti lamenterai sempre di più; se sei iroso, ti arrabbierai sempre di più.

Le parole infatti sono vibrazioni che, entrando in noi attraverso l’orecchio, modificano la sostanza cerebrale: per questo i mistici di tutte le Tradizioni stavano a lungo in silenzio, senza parlare.

di Sergio Morelli

Pensare bene per stare bene

“La causa dì quasi tutti i problemi riguardanti la nostra salute ha un comune denominatore che può avere diversi nomi: pensiero, mente, cervello, stato d’animo, idea, ragione, sentimento, anima e così via, Ma l’organo del pensiero, purtroppo, non ha fino a oggi un nome e un’identità precisa. Perché? È proprio necessario che tutto ciò che gira intorno al cervello umano resti così misterioso e metafìsico? lo credo che sì dovrebbe almeno intraprendere un tentativo per cercare di analizzare e di decifrare questa inesplorata e irraggiungìbile entità, che tanta importanza riveste nella nostra vita.

Per questa ragione mi permetto, insieme a te, caro lettore, di affrontare il problema del nostro ‘pensare’, dì come esso si sviluppi in me e in te, di come possiamo comandare i pensieri e come i pensieri comandino noi, come per uno stato d’animo i nostri occhi possano splendere di gioia o riempirsi di lacrime dì tristezza, come una forza inferiore ci dia energia per vivere e nello stesso tempo ce la possa far mancare, come una semplice idea ci regali sonni tranquilli o ci rubi notti intere, come uno stato mentale negativo alla lunga ci crei buchi nello stomaco e come, nello stesso tempo, un atteggiamento mentale positivo ci faccia guarire da una malattiia grave.

Tutto questo non è fantascienza e non fa parte dì un mondo lontano. Tutto questo è dentro dì noi“.

Thich Nhat Hanh: il lungo cammino della pace

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Intervista a  Thich Nhat Hanh

Vivi qui e ora, nel momento presente è un concetto sempre più diffuso, entrato quasi nel senso comune, fino ad apparire quasi privo di significato. Quando però a pronunciarlo è il maestro zen Thich Nhat Hanh, monaco, poeta, filosofo, teorico e pratico della pace, il colore e il sapore della frase sono tutti diversi. Perché non è più un concetto, non è un’idea, ma è la traduzione in parole di una vita esemplare.
A fine aprile del 2003 è stato in Italia, nella pineta di Castelfusano, in un incontro sul tema “Nutrire la gioia e la stabilità in tempi incerti“. Come a tutti i giornalisti che chiedono di intervistarlo, Thich Nhat Hanh mi ha chiesto di partecipare per qualche giorno al ritiro, per sperimentare quella “pratica” che è quanto di più semplice e di più profondo, quella del respiro e della camminata lenta e silenziosa, come quella che viene mostrata nel video. Un’esperienza utile per andare al di là delle parole. Se il video dell’intervista riuscirà a trasmettere almeno in parte la calma e la forza che traspare dai gesti e dalle parole di Thich Nhat Hanh, forse anche chi legge e guarda saprà andare oltre le parole e il concetto apparentemente semplice: “Vivi qui e ora, nel momento presente.”

Nei suoi insegnamenti lei dice che il nostro reale nemico è la dimenticanza. Come ‘è possibile non considerare nemici nessuno di quelli che ha ucciso i suoi confratelli, i suoi amici, i suoi allievi e al tempo stesso non dimenticare?
La dimenticanza è il nemico perché non ci permette di essere interamente presenti qui e ora. A causa di ciò non sappiamo cosa succede e cosa fare e non fare. Noi permettiamo che sorgano la rabbia e il dolore: per questo vivere consapevolmente è importante, perché quando vivi consapevolmente sei veramente presente, veramente vivo, e puoi contattare la sofferenza e puoi comprendere la sofferenza e quando comprendi la sofferenza hai la compassione e questo ti può aiutare ad agire. Quando una persona sta male, il medico deve uccidere i batteri che ci sono in lui e non uccidere la persona: quindi l’uomo non è il nemico, ma il nemico è la dimenticanza, che causa la mancanza di comprensione, la mancanza di compassione, e causa dolore e rabbia. Così la dimenticanza rafforza tutte le energie negative che sono dentro di noi e in particolare l’ignoranza, la mancanza di comprensione e di compassione, di responsabilità e di fratellanza.

Per eliminare la sofferenza noi dobbiamo partire dall’esperienza della sofferenza. Qual è il messaggio di sofferenza che ci arriva dalle vittime della guerra dell’Iraq, come quello che ci arrivò dal Vietnam?
In una guerra non si soffre solo da una parte , ma da entrambe le parti. In Vietnam non furono solo i vietnamiti le vittime, ma anche gli americani sono stati vittime della guerra. La guerra non portò distruzione solo in Vietnam, ma anche nel popolo e nella nazione americana. Non solo morirono in Vietnam 50.000 ragazzi americani, ma anche i sopravvissuti quando tornarono in America, portarono in America la guerra. Portarono la sofferenza nelle loro famiglie, portarono violenza ai loro bambini, alla loro società, portarono molti crimini, molti divorzi. E fino ad oggi le ferite della guerra del Vietnam in America non sono guarite, e l’attacco al World Trade Center l’11 settembre è l’effetto di una guerra portata in casa propria dagli americani, perché le “azioni speciali” che hanno fatto avevano creato molte incomprensioni e sofferenze nel mondo. E molta gente non ha compreso, molta gente ha odiato la politica estera degli Stati uniti. E perfino coloro che morirono per attaccare le Torri Gemelle credevano che quest’attacco fosse fatto in nome di Dio, in nome della giustizia, e così via. C’è stata molta incomprensione, e odio, e rabbia e violenza e la guerra in Iraq è proprio la continuazione di un’azione che non fa soffrire solo gli iracheni ma anche molti americani. Così bisogna ascoltare non solo la sofferenza dei vietnamiti o degli iracheni ma anche quelli del popolo americano. In America c’è ancora molta sofferenza, molti pensano di essere vittime della discriminazione, vittime dell’ingiustizia e l’America non riesce davvero a fermarsi ad ascoltare la sofferenza all’interno di se stessa. Ascoltando la tua sofferenza sarai capace di comprendere la sofferenza degli altri popoli e questo è il solo modo per ristabilire la comunicazione e ristabilendo la comunicazione attivi la comprensione e l’accettazione dell’altro, che è il solo modo per rimuovere la violenza e il terrorismo. Non si può sperare di rimuovere il terrorismo con le bombe, bisogna rimuoverlo con lo strumento del dialogo, ascolto profondo, ascolto compassionevole, usando un tipo di discorso amorevole perché la comunicazione sia di nuovo possibile.

Nel movimento per la pace che non è mai stato grande come in queste occasioni, quali vede come punti di forza e quali come punti di debolezza?
La scorsa settimana abbiamo fatto una camminata per la pace a Firenze. Nessuno di noi portava alcuna bandiera, non abbiamo gridato slogan, non abbiamo presentato alcun simbolo. Abbiamo camminato molto lentamente e con gioia, perché l’obiettivo della nostra marcia non era protestare contro qualcun altro. La nostra marcia si proponeva di innaffiare il seme della pace dentro di noi e trasformare il seme della violenza che è in noi. Perché noi sappiamo che se non cominciamo da noi stessi non possiamo aiutare la fine della guerra, perché la guerra forse continua dentro di noi. In ognuno di noi c’è violenza, c’è conflitto, c’è sofferenza e praticare la pace è prima di tutto essere consapevoli degli elementi di guerra che abbiamo dentro. Noi dobbiamo vivere nella vita quotidiana in modo da dare ai semi di pace dentro di noi una possibilità di fiorire e da rimuovere i semi di guerra, cioè dobbiamo ascoltare la nostra sofferenza; apprendere come abbracciare la nostra sofferenza per trasformarla è davvero fondamentale nella pratica della pace. E se comprendiamo la nostra sofferenza, se possiamo ridurre la sofferenza dentro di noi, allora possiamo comunicare con gli altri, con i nostri nemici, e provare le nostre capacità di relazione e aiutare le altre persone a trasformare la sofferenza dentro di loro e innaffiare i semi della pace e della felicità e insieme possiamo aiutarci a fare la stessa cosa nella nostra città, nella nostra nazione e con il mondo. Così quando ci incontriamo con un milione di persone, dovremmo incontrarci per renderci conto che la guerra è dentro di noi e dobbiamo trasformarla. Il mio camminare in pace non è una protesta contro nessuno: noi facciamo convergere i nostri sentimenti, i nostri propositi, vogliamo che la gente faccia come noi, non permettendo di lasciarsi trasportare dal sentimento del dolore, della rabbia, della rinuncia all’interno di se stessi, in modo da non soffrire e da non causare sofferenza negli altri. Credo che i nostri politici debbano praticare la pace, e noi dovremmo avere i mezzi per aiutare i nostri leader politici a praticare la pace, perché nella nostra vita politica non c’è la dimensione spirituale, l’abbiamo persa. Per questo politici come Bush, Blair, Chirac non hanno un rapporto con la spiritualità, che gli permetta di occuparsi della propria sofferenza, di fare pace dentro di loro. Per questo quando eleggiamo coloro che ci governano dobbiamo stare attenti: dobbiamo eleggere solo quelli che sanno come fare pace dentro di sé e nella loro famiglia. Perché se non sanno fare questo in loro e nella loro famiglia, come possono farlo nel mondo? Per questo la pace è un processo di educazione, di autoeducazione sulla pace e di educazione alla famiglia e alla pace e educazione delle masse riguardo alla pace. Se non si segue questa linea di azione, dimostrare e gridare la nostra rabbia contro il governo non può aiutare molto.

Sono arrivato, sono a casa“. Questa è una delle frasi chiave per le meditazioni che lei insegna, per le pratiche. Lei stesso però manca dalla sua casa, dal suo Paese da oltre trent’anni. Molti milioni di persone sono costretti come rifugiati, come esuli fuori dalla loro patria. Come è possibile essere a casa ovunque?
Nel 1966 feci per la prima volta l’esperienza di sentirmi esule perché non mi fu permesso di tornare a casa dopo il mio appello per la pace; e ho sofferto come tutti gli altri, ho sofferto perché tutti i miei amici e il mio lavoro, i miei studenti erano in Vietnam. Ma a quel tempo stavo già praticando, così potevo sentirmi a casa dovunque, e dopo circa un anno riuscii a sentirmi felice, a sentirmi a casa in Europa e dovunque andassi, ed ero capace di considerare il Pianeta terra come la mia casa. Dovunque si può vedere il cielo azzurro, si può vedere la luna piena, si può entrare in contatto con una splendida vegetazione, si può giocare con i bambini e così via, e questa è pratica: il passato è andato e il futuro non è ancora qui. C’è un solo momento in cui puoi sentirti vivo, che è il momento presente. Se aspettassi di essere vivo quando potrò rientrare in Vietnam, potrebbero passare molti anni, potrei aspettare l’intera vita e non sarebbe saggio. Così si può praticare in questo modo ed essere felici e vivere proprio qui e ora. E questo è un insegnamento molto importante di Buddha: io sono riuscito ad essere a casa ovunque io sia. In questo momento preciso mi sento a casa in Italia, in questo posto dove stiamo parlando e la mia pratica è vivere in questo modo, restando in contatto con la meraviglia della vita. In ogni momento possiamo essere vivi: se siamo invasi dalla rabbia e dai progetti, non è possibile far così. Quando pratichi hai la libertà dentro di te: sei libero dai tuoi progetti, dalle tue emozioni, dalla tua rabbia, dalla tua disperazione, dalla tua sofferenza e ogni respiro che fai ti dà vita, ti dà gioia e felicità. Ogni respiro è una poesia e scrivi una poesia senza bisogno di carta né di penna perché quando respiri in modo calmo e consapevole puoi sentirti vivo e sorridi, e questa è una vera poesia, e ogni passo che faccio potrebbe essere una poesia perché cammino con stabilità, toccando la meraviglia della vita ad ogni passo. Ogni passo dovrebbe diventare una poesia, perché la poesia non è qualcosa che scrivi sulla carta, è qualcosa che puoi vivere in ogni momento della tua vita. Quando tieni la mano di un bambino e cammini e sei felice ad ogni passo e guardi un bambino in viso, questa è vita reale ed è poesia vera, non è un sogno, è qualcosa di molto reale, molto vivo, che sta accadendo. E a volte devi affrontare situazioni di violenza, di rabbia, ti trovi di fronte a situazioni difficili, ma è sempre possibile “trattarle” con passione, con comprensione, con compassione, e anche questa è poesia, quando provi a salvare i boat people, quando provi ad aiutare chi è arrabbiato e stanco, quando scrivi una lettera per sostenere qualcuno che è in difficoltà, tu hai bisogno di capire, hai bisogno di compassione e la tua azione è una vera poesia.

Che cos’è allora per lei scrivere poesie?
Non scrivi poesia solo quando ti siedi a tavolino e usi una penna e un foglio di carta. La poesia si compone in ogni momento della tua vita quotidiana: quando innaffi la verdura, quando lavi i piatti, quando fai colazione, in quel momento hai una grande esperienza della vita, puoi avere gioia, compassione, visione profonda e in quel momento quando ti siedi a scrivere stai consegnando la poesia, ma poesia è sempre nel mondo, è in continua creazione e questo perché anche quando dormi e sogni, anche quella è poesia.

Un’ultima domanda è dedicata a Nat Chi May, una sua studentessa che si diede fuoco in Vietnam, una di quelle immagini che restano nell’immaginario collettivo e che è più difficile da comprendere. Che cosa resta di lei e di questa immagine dopo 35 anni?

Nat Chi May era una giovane insegnante, un membro della scuola della gioventù per i servizi sociali. Vide la sofferenza, capì che era difficile far conoscere la sofferenza alla gente perché il suono delle bombe era tanto forte e le parti in guerra non ci permettevano di raccontare la nostra sofferenza, e lei scelse di usare il suo corpo come torcia per aiutare la gente dentro e fuori del Vietnam a diventare consapevole della sofferenza che c’era, sperando che venisse un aiuto per stabilire la fine alla guerra. Lei rappresenta molti di noi. Molti di noi i cui nomi non sono conosciuti hanno fatto esattamente la stessa cosa, non dandosi fuoco, ma impegnandosi in un lavoro per salvare la gente, per aiutare la gente senza paura e queste persone hanno mostrato molta comprensione e molta compassione: i miei studenti mi hanno nutrito molto e quello che io ho fatto e quello che ho detto è quello che loro hanno detto e fatto nello stesso tempo. Così quando vedete me che parlo, quando vedete me che agisco, dovete vedere tutti loro che fanno la stessa cosa. La loro coscienza è una coscienza collettiva nata dalla consapevolezza e dalla sofferenza e c’è un desiderio di agire per mettere fine alla sofferenza. Se guardate me e vedete una sola persona non avete visto molto chiaramente, dovete vedere molti e molti di noi che in situazioni molto difficili fanno la stessa cosa, che portano messaggi di compassione, di pace, di sacrifici per la gente e sperano che l’energia di comprensione e compassione possano nascere in ognuno e nei bambini, in modo che i nostri bambini abbiano un futuro. Molte grazie.

Intervista a  Thich Nhat Hanh di Luciano Minerva fonte: www.rainews24.it


Thich Nhat Hanh

Un Ascolto Profondo

Compralo su Macrolibrarsi

Ascoltare profondamente è sapersi fermare e sapersi far pervadere da ciò che si ascolta, diventando uno con esso, che provenga dall’interno o dall’esterno di noi.

Ascolto profondo è sapersi fermare e sapersi far pervadere dall’oggetto del nostro ascolto diventando uno con esso, che sia al nostro interno o al nostro esterno.
Per ascoltare in modo nuovo, insegna Thich Nhat Hanh, è necessario rimuovere le percezioni erronee che si hanno su se stessi e sugli altri: in questo modo si trasforma anche il modo di parlare, e la parola diventa strumento di felicità anziché portatrice di sofferenza.
Iparare la pratia ll’asolto poono è allora oe imparar ua nuova lingua si ha isogno di mpo pe familiarizzarsi o i nuovi suoni e per potersi ascoltare è importante imparare a conoscere “i propi suoni”, cioè gli elementi, al nostro interno, con i quali siamo poco in contatto.
All’ascolto profondo ci si avvicina tramite la condivisione, una delle pratiche cui Thich Nhat Hanh dà maggiore spazio come strumento di pace.
In questo libro sono stati raccolti i discorsi che più si soffermano sull’argomento: i temi trattati possono invitarci a riflettere su come ci ascoltiamo e su come ci siamo ‘sentiti’ fino a oggi, e forse scardinare un po’ l’immagine che abbiamo acquisito di noi stessi.

Ammalarsi fa bene?

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Nella società d’oggi capita a molti di lottare in modo irragionevole con se stessi per essere sempre all’altezza delle situazioni, con l’inconfessabile sensazione di non potersi permettere debolezze, né pause, né tempi di riposo, con l’idea che chi si ferma è perduto, oppure che così fan tutti quelli capaci. Ma in questo modo tra realtà dell’individuo e realtà autoimposta si apre una separazione all’origine di molte crisi e “malattie“.

Se non ci si ascolta nei propri tempi e ritmi, il corpo potrebbe iniziare ad urlare il proprio malessere fino ad ammalarsi.
Le pause, le ferie, i tempi di arresto cui anche la malattia talvolta costringe, permettono infatti di riprendere fiato e rifornire di pensieri, emozioni e spazi nuovi.
L’errore più comune è quello di mascherare la malattia o il disagio fingendo a se stessi o agli altri la propria fragilità, quando invece si dovrebbe imparare a “dominare” la malattia per non esserne sopraffatti. Troppo spesso si considera la malattia come incidente di percorso, come ostacolo al nostro agire quotidiano, dimenticando che non siamo “macchine”. Più facile da dire che da fare, ma il poter imparare a sfruttare le piccole grandi patologie che ci accompagnano durante la vita, imparando a conviverci o superandole, diventa una fonte di ricchezza e crescita personale che conduce a migliorare la qualità della propria vita.

Fermarsi a pensare costringe a fare i conti con se stessi. Ed ecco quello che dicono le persone che si raccontano:
…Il corpo dice: “ci sono anch’io!!!” …Io non ci avevo mai pensato!…Da quando mi sono ammalata mi sono data la licenza di dire “sono stanca”… oppure, “sto male”….prima dovevo fare la parte di quella che era sempre in forma.. ora no!
ma dopo cosa succede?.. .cosa devo fare? L’opposto di quel che ho fatto fino ad ora: smettere di seguire progetti, parole ed emozioni che sento estranei al mio modo di essere…ma quali sono i miei desideri? Qual è il mio modo di essere? Come faccio ad inventarmi un’esperienza che non ho?…..

Quando stiamo bene non ce ne accorgiamo, ma le emozioni sono necessarie.
A volte si ha bisogno anche delle emozioni forti che si provano nella malattia, in modo da “vincere” la sfida! Ma se posso sentirmi vivo solo quando sto male, o se non conosco modo diverso per stare con me e con gli altri, diventa un bel problema guarire.
Questo non significa che ci si ammala volontariamente! A volte capita di sentirsi dire che il nostro male è un’invenzione, col risultato che ci si sente incompresi e offesi nella propria sofferenza.
Il dolore in alcune situazioni diventa intollerabile, e si ha bisogno di risposte, di capire, anche quando le risposte non ci sono.
Non è facile permettere agli altri di starci vicino quando stiamo male, e non è facile stare vicino a chi soffre, specie se gli vogliamo bene. Il sopportare il peso di queste incertezze spesso richiede l’intervento di professionisti, persone estranee che proprio perché non sono così coinvolte come i familiari, permettono di vedere la situazione con altri occhi e di reagire.

Dare troppo peso al “cosa faccio” anziché “all’essere che sono”, finisce per creare confusione, come ad esempio quando si confonde l’esprimere affetto verso i figli con il regalare oggetti, oppure quando si manifesta l’amore per una moglie lavorando 12-14 ore al giorno per darle sempre di più: i tempi di pausa della malattia disorientano, mettono in luce altri aspetti di sé e quasi quasi non ci si riconosce più. Ma attraverso questi “imprevisti” ci si può anche accorgere che la direzione va rivista, in modo da proseguire il viaggio della vita in modo più coerente ai propri desideri e progetti.

E allora, anche la malattia, per quanto brutta lunga e sofferta, non sarà stata inutile.

Dott.ssa Barbara Rossi


Manuela Pompas

Stress Malattia dell’Anima – Libro+CD

Un viaggio dentro la coscienza per conquistare armonia e benessere con le tecniche introspettive

Compralo su Macrolibrarsi

Manuela Pompas, autrice di numerosi testi dedicati alla ricerca psichica e spirituale, spiega in questo libro come guarire dalle condizioni di malessere causate dallo stress attraverso particolari tecniche di rilassamento e meditazione. Ormai sappiamo che lo stress è all’origine di molte malattie, sappiamo esattamente che cos’è, come si manifesta e quale influenza ha sul nostro organismo.

La soluzione sembrerebbe facile: occorre rallentare il ritmo e vivere in modo più naturale, prendendo le distanze dalle situazioni che creano disagio fisico e psichico. Ma la volontà non è sufficiente.

Per allentare le tensioni occorre agire sull’inconscio attraverso tecniche specifiche: una di queste è il Training Autogeno, una pratica semplice che, supportata da esercizi di visualizzazione e utilizzata quotidianamente, può essere la vera soluzione ai nostri problemi di stress e un modo per imparare a gestire le nostre energie psichiche. Questo libro ci darà la spinta a guardarci dentro e a scuoterci da schemi che ci tengono prigionieri.

Il CD audio allegato insegna a rilassarsi in pochi minuti e a trasformare in piacevole abitudine una tecnica salutare ed efficace.

Conoscere le emozioni

emozioni

La qualità della nostra esistenza è influenzata dal modo in cui reagiamo emotivamente alle varie situazioni che ci troviamo ad affrontare.
Se le emozioni non sono comprese o se non vengono manifestate in modo costruttivo finiscono per dominare la nostra vita causando inutile sofferenza all’individuo, adulto o bambino che sia.

In tempi recenti la comprensione della vita emotiva si è notevolmente ampliata in seguito al diffondersi di nuove conoscenze sul funzionamento della mente e sui meccanismi sottostanti le diverse emozioni. Si è potuto constatare che non c’è un ricettacolo passivo di pulsioni nascoste, ma che, al contrario, assume un ruolo attivo nella costruzione della sua realtà.

Gli psicologi hanno coniato l’espressione «dialogo interiore» per riferirsi al meccanismo attraverso il quale l’individuo elabora una propria visione degli eventi commentando internamente ogni esperienza personale. Sebbene spesso non ne siamo consapevoli, noi parliamo in continuazione a noi stessi e la maggior parte delle nostre reazioni emotive e dei nostri sentimenti sono influenzati dai contenuti di tali pensieri. Il modo in cui ognuno di noi parla a se stesso, interpretando e valutando la realtà circostante, può costituire un mezzo efficace per potenziare la capacità di affrontare varie situazioni problematiche.

La prima fase di questo percorso psico-educativo riguarda la consapevolezza emotiva, ossia il riconoscimento delle principali emozioni in se stessi e negli altri. Diversamente da altre procedure di educazione ora si vuole vedere come gestire le proprie emozioni, soprattutto quando si caratterizzano come emozioni negative o distruttive. La vera competenza emotiva consiste quindi nella conoscenza dei meccanismi mentali che stanno alla base delle emozioni.
Secondo gli studi non è l’evento a causare l’emozione, ma piuttosto sono i pensieri che determinano il tipo di reazione emotiva e comportamentale.

Si considerano «dannosi» quei pensieri che ci portano ad avere reazioni emotive esageratamene negative in
rapporto ad una data situazione.
Le caratteristiche dei pensieri dannosi sono essenzialmente queste:
–  descrivono in modo non realistico gli eventi distorcendoli;
–  sono pensieri esagerati, assolutistici;
–  non aiutano a raggiungere i propri scopi;
– portano a reazioni emotive eccessivamente intense e prolungate.

I pensieri utili comportano invece una visione più realistica e spesso positiva della realtà, che ridimensiona l’impatto emotivo di certi eventi e facilita il conseguimento dei propri scopi.

I principali tipi di pensieri dannosi sono i seguenti:
1. Pretese assolute. Sono una modalità di pensiero che solitamente si esprime con espressioni quali «Devo assolutamente ottenere quello che desidero», «Gli altri devono sempre trattarmi bene», «Certe cose non devono assolutamente succedere». L’illogicità di tale pensiero sta nel fatto che partendo da un obiettivo che si preferirebbe conseguire (ad esempio, ricevere approvazione dagli altri, ottenere considerazione e rispetto dagli altri), trasformiamo tale obiettivo da preferenza razionale ad esigenza assoluta che assume la forma di
«doverizzazione».
2. Pensiero catastrofico. Consiste nell’esagerare oltremodo l’aspetto spiacevole o doloroso di certi eventi. Tipici esempi sono: «È una cosa tremenda sbagliare», «È orribile essere criticati».
3.Intolleranza, insopportabilità. Si tratta di pensieri che denotano una bassa tolleranza nei confronti delle frustrazioni. Consistono nel ritenere che certi eventi (o talvolta certe persone) obiettivamente
spiacevoli non possono essere sopportati, ad esempio: «Non posso sopportare tutti questi compiti», «Non posso tollerare di essere trattato male».
4. Svalutazione globale di sé o degli altri. Consiste nel ritenere che poiché non si è riusciti bene in qualcosa, allora siamo un fallimento totale. Oppure la svalutazione globale può essere rivolta agli altri,
ritenendo che poiché uno o più aspetti del comportamento di una persona sono negativi, allora l’intera persona è negativa. Esempi di entrambi i tipi di svalutazione globale potrebbero essere: «Sono così stupido e incapace», «Sono proprio un perdente», «Quel mio compagno è una vera carogna».
5. Indispensabilità, bisogni assoluti. È un modo di pensare che ci porta erroneamente a considerare indispensabile ciò che in realtà è solo desiderabile, auspicabile, utile, ma di cui possiamo anche fare a
meno, pur con qualche inconveniente. Con questa forma di pensiero trasformiamo certi eventi, certe persone o certi oggetti in qualcosa di essenziale per la nostra felicità. È come se dicessimo «Posso essere
felice solo se avrò questo», ma così facendo ci costruiamo la nostra stessa infelicità. In molti casi ciò che consideriamo indispensabile sono l’approvazione, la stima, l’affetto, l’amicizia.
6. Generalizzare. Significa pensare in termini di «sempre», «mai», «tutti», «nessuno». Ad esempio «Mi va sempre tutto storto», «Non riesco mai a…», «Tutti se la prendono sempre con me», «Nessuno
mi vuole bene». Si tratta di pensieri poco realistici in quanto è altamente improbabile che certe cose si verifichino proprio sempre o mai o che tutti, proprio tutti, agiscano in un certo modo. Si tratta
piuttosto di generalizzazioni estreme che ci portano ad avere una visione disfattista della realtà.

Riconoscere le componenti irrazionali del proprio dialogo interiore è un passo molto importante per il superamento degli stati d’animo spiacevoli, ma non è sufficiente. Il passo successivo consiste nell’attaccare
tali pensieri negativi e nel sostituirli con altri più costruttivi.
Alcuni esempi di domande utili per «attaccare» i propri pensieri irrazionali e controproducenti sono:

  • Cosa c’è di vero in quello che penso, quali fatti potrei avere ignorato?
  • C’è qualche esagerazione nel mio modo di pensare?
  • Questo modo di pensare mi aiuta a stare meglio?
  • Questi pensieri mi sono utili per riuscire a ottenere quello che vorrei?
  • Qual è la cosa peggiore che potrebbe accadere in questa situazione?
  • Quanto è probabile che si verifichi davvero? Sarebbe proprio terribile o insopportabile se ciò si verificasse?

Attaccare i pensieri irrazionali e negativi significa indebolirne la loro forza, in modo da introdurre nella nostra mente un dubbio sulla loro veridicità. Questo rende più facile sostituirli con altri più costruttivi.

Vediamo come procedere per trasformare i principali contenuti irrazionali del dialogo interiore che abbiamo considerato in precedenza.
Il pensiero assolutistico («devi assolutamente», «bisogna per forza») può essere sostituito con pensieri che esprimono desideri, opportunità, convenienza. Ad esempio, «Sarebbe meglio se…», «Vorrei
che…», «Conviene, è meglio…».
Il pensiero catastrofico può essere sostituito con pensieri che ridimensionano in modo più realistico l’evento. Ad esempio, «È spiacevole, è doloroso, ma non è la fine del mondo».
I pensieri che esprimono intolleranza o insopportabilità possono essere sostituiti constatando che certi eventi o certe persone «sono solo sgradevoli, fastidiosi, ma pur sempre sopportabili».
La tendenza a svalutare totalmente se stessi o gli altri con aggettivi denigratori può essere superata limitandosi a esprimere giudizi solo sui comportamenti e non sulle persone, ricordandosi che gli individui
sono qualcosa di molto più complesso della semplice somma dei loro comportamenti.

I pensieri che esprimono indispensabilità, bisogni assoluti possono essere sostituiti con affermazioni che esprimono preferenze, come «Mi piacerebbe… ma so che non è indispensabile anche se lo desidero molto», «Anche se non posso ottenere questa cosa potrò avere altre gratificazioni…».

I pensieri che esprimono generalizzazioni («sempre», «mai», «nessuno») possono essere trasformati ricorrendo a termini quali «spesso», «a volte», «molti», «qualcuno».

Questo lavoro di riconoscimento, attacco e trasformazione dei pensieri distruttivi richiede una certa pratica acquisibile mediante un allenamento costante da attuare per un periodo di tempo, almeno fino a
quando vecchie abitudini nel modo di pensare non lasceranno il posto ad altre più costruttive e positive.

Si tratta di sostituire vecchi percorsi mentali con nuovi percorsi che portano ad emozioni più funzionali e
soddisfacenti.

Da:  Giochi e attività sulle emozioni Di Pietro M. e Dacomo M.

Libro consigliato:


Serge Tisseron

Verità e Menzogne delle Emozioni

Comprendere la nostra sfera emotiva

Le emozioni sono quanto mai di moda: ascoltarle è sinonimo di sincerità, di autenticità, di star bene con se stessi. Ma, come i pensieri, anche le emozioni possono essere indotte, represse, mascherate: in una parola, false.
Sin dal primo vagito, assieme al latte materno ciascuno di noi assimila un bagaglio emotivo che contiene l’impronta fedele della propria storia familiare.

Custodito nei recessi sotterranei dell’inconscio, tale bagaglio riemerge continuamente mescolando e sfalsando i piani: capita così che dietro un’emozione che crediamo autentica se ne celi un’altra che non sappiamo riconoscere o accettare; o può accaderci addirittura di fare da cassa di risonanza a emozioni non nostre, sgorgate da una storia che non abbiamo vissuto. E in questo gioco di specchi in cui verità e menzogna si confondono, vengono spesso a galla segreti di famiglia, che, invisibili all’occhio della ragione, attraversano le generazioni sul filo sottile delle emozioni.

Un famoso psichiatra e psicanalista ci fornisce la chiave per la comprensione dei meccanismi sottesi al funzionamento della sfera emotiva, spiegandoci come scoprire e riconoscere le emozioni che crediamo nostre e che invece si sono impadronite di noi, e come liberarcene per dare spazio alla nostra emotività autentica e personale.

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